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Licenziamento, risarcimento ok ma senza il reintegro

Risarcimento ma senza reintegro del lavoratore, anche se il datore esegue il licenziamento senza rispettare l’anzianità aziendale per riduzione della commessa. Solo indennizzo, pertanto, per la violazione dei criteri di correttezza nella scelta tra lavoratori con mansioni fungibili dopo la revoca della commessa.

Così la Suprema Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 19732/18, è intervenuta in riforma della sentenza della Corte di Appello che aveva annullato un licenziamento di un dipendente di una impresa per giustificato motivo.

Il caso è quello di un’impresa di pulizie che opera nell’ambito degli appalti che, in seguito alla riduzione di un contratto di questo tipo, dovendo ridurre la propria operatività all’interno della struttura della committente, ha proceduto con il licenziamento di due lavoratrici addette, in quel momento, alla pulizia degli immobili oggetto della commessa.

La Corte territoriale ha rilevato, però, che i lavori eseguiti erano collegati da un contratto di appalto, sebbene frazionati tra i vari immobili dislocati nell’area circoscritta del complesso aziendale della committente, con inevitabile rotazione del personale, sulla base della fungibilità assoluta delle mansioni dei dipendenti, con la conseguenza che si sarebbe dovuto applicare il disposto dell’art. 1175 c.c., secondo il quale il licenziamento deve tenere conto dell’anzianità; in carenza di tale rispetto, il licenziamento deve essere ritenuto illegittimo, con la riassunzione delle lavoratrici licenziate.

I giudici supremi, innanzitutto, pur tenendo conto delle eccezioni mosse nel ricorso proposto dall’impresa di pulizie, rilevano che il licenziamento per ragioni concernenti l’attività produttiva e l’organizzazione del lavoro, ai sensi dell’art. 3, della legge 604/1966, secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, non è totalmente libero, con particolare riferimento alla scelta dei dipendenti da licenziare, quando il motivo, come nella fattispecie analizzata, concerne in una generica esigenza di riduzione di personale omogeneo e fungibile.

Quindi, aggiungendo il fatto che non è stato esplicitato il motivo per cui la Corte di appello avrebbe errato a ritenere violato il consolidato principio di legittimità nel rispetto delle regole di correttezza, di cui all’art. 1175 c.c., i giudici supremi ritengono che, ai lavoratori licenziati, non deve essere riconosciuta una tutela corrispondente alla riassunzione ma una tutela meramente risarcitoria (indennitaria), compresa tra un minimo di dodici a un massimo di ventiquattro mensilità, come prescritto dalla legge 92/2012.

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