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Licenziamento ko

Riforma dei licenziamenti ko. Bastano le scuse del lavoratore per rendere «insussistente il fatto contestato» che sta all’origine di un licenziamento disciplinare. Insussistenza che consente al giudice di applicare la sanzione della reintegrazione nel posto di lavoro, in luogo di un indennizzo economico. A stabilirlo è la sentenza del tribunale di Bologna del 15 ottobre sul procedimento n. 2631/2012, una delle prime pronunce dopo la legge n. 92/2012 (la riforma Fornero). In base al ragionamento del giudice, il «fatto contestato» fa necessariamente riferimento al cosiddetto «fatto giuridico» che non può prescindere dall’elemento soggettivo, psicologico, cioè di volontà dell’azione del lavoratore, mancando il quale diventa inevitabilmente «insussistente».

Licenziamenti disciplinari. La vicenda riguarda il licenziamento disciplinare di un dipendente per invio di un’email offensiva al superiore. Ricostruiti i fatti, il giudice arriva alla conclusione che sotto il profilo della valutazione di gravità, il comportamento del lavoratore (il «fatto contestato») non è idoneo a integrare il concetto di giusta causa di licenziamento. È a questo punto che il giudice, dovendo decidere per la disciplina da applicare, prende in esame le nuove norme della riforma dell’articolo 18 della legge n. 300/1970 (lo statuto dei lavoratori).

Primo ko. Dopo la riforma Fornero, spiega, sono previste due discipline per i casi di licenziamenti soggettivi o per giusta causa: la fattispecie di licenziamento disciplinare con reintegra (articolo 18 comma 4) e quella di licenziamento disciplinare senza reintegra (articolo 18 comma 5). Il primo caso prevede che il giudice disponga la reintegra del lavoratore nelle ipotesi in cui non ricorrano gli estremi della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento, in presenza cioè di «insussistenza del fatto contestato» o qualora il fatto rientri tra le condotte punibili con una sanzione conservativa, secondo le previsioni dei contratti collettivi o dei codici disciplinari applicabili. Soffermandosi sulla prima ipotesi (insussistenza del fatto contestato), il giudice ritiene che la disposizione, parlando di fatto, fa necessariamente riferimento al cosiddetto fatto giuridico, inteso come il fatto globalmente accertato, nell’unicum della sua componente oggettiva e nella sua componente inerente l’elemento soggettivo. Né può ritenersi, aggiunge il giudice, che l’espressione «insussistenza del fatto contestato» faccia riferimento al solo fatto materiale, posto tra l’altro che potrebbe giungere a ritenere applicabile la sanzione del licenziamento indennizzato anche a comportamenti esistenti sotto l’aspetto materiale e oggettivo, ma privi dell’elemento psicologico o addirittura dell’elemento della coscienza volontà dell’azione.

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