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Licenziamento a caro prezzo

Mandare a casa un dipendente costa caro all’azienda. Se l’addio è accompagnato da una stretta di mano, l’impresa deve versare all’Inps un ticket pari a 41 euro per ogni mese di lavoro svolto dall’ex dipendente, ossia 490 euro annui fino a massimo di 1.470 euro se l’occupazione è stata di tre o più anni. Se la separazione è traumatica e finisce in lite c’è la probabilità che il costo lieviti: dipende da un giudice. Due i casi possibili. Il primo: il giudice dà ragione all’impresa e dichiara legittimo il licenziamento; in tal caso il costo non varia. Il secondo: il giudice dà ragione al lavoratore e dichiara illegittimo il licenziamento; allora il costo può arrivare a oltre 55 mila euro per il quadro di uno studio professionale o l’impiegato metalmeccanico; oppure anche a più di 70 mila euro per il quadro del commercio o dell’industria. Ciò senza considerare le spese «indirette» quelle, cioè, legate alla gestione del contenzioso (pratiche, consulenze, avvocati ecc.).

Il costo del licenziamento. Il licenziamento, di per sé, non ha un costo per l’azienda, fatta eccezione del ticket dovuto all’Inps, introdotto a partire dal 2013 dalla riforma Fornero. Quando finisce il rapporto, infatti, il lavoratore riceve tutto ciò che ha maturato lavorando, dalla retribuzione al trattamento di fine rapporto lavoro, passando per ferie e permessi non goduti. Si tratta, quindi, di spettanze già preventivate dall’azienda e registrate alla voce «costo del lavoro». Diversa è la situazione se il licenziamento è impugnato dal lavoratore, perché in tal caso s’innesca un contenzioso il cui esito, incerto, può comportare costi non esattamente preventivabili. Se viene dichiarata l’illegittimità del licenziamento, l’azienda sarà condannata dal giudice al pagamento di un risarcimento a favore del lavoratore, che può essere accompagnato anche dall’ordine di reintegrazione del posto di lavoro. In questo secondo caso quindi c’è un «costo» del licenziamento; ma è facile intuire che, finché il giudice (l’ultimo giudice) non pronuncia la sentenza, tale costo è destinato a variare e (con il trascorrere del tempo) lievitare.

Le tutele sui licenziamenti. Reintegrazione e risarcimento sono la traduzione pratica dei principi di tutela della stabilità del posto di lavoro, garantite oggi dall’art. 18. Così sarà anche una volta entrata in vigore della riforma del Jobs Act: pur senza parlare di art. 18 per i nuovi assunti la sostanza resterà (quasi) la stessa. La reintegrazione dà diritto al lavoratore a essere riammesso al posto di lavoro e di percepire le retribuzioni perse durante il periodo d’illegittima interruzione del rapporto (salvo che non abbia nel frattempo trovato nuova occupazione); in alcuni casi, poi, è prevista la possibilità per il lavoratore di rinunciare a rientrare in azienda in cambio di un’indennità sostitutiva di 15 mensilità di paga (c.d. opting out). Il risarcimento è il ristoro del danno subìto dal lavoratore per l’ingiusto licenziamento: accompagna ogni caso di illegittima risoluzione e la misura è fissata dal giudice che può determinarla in un intervallo di minimo e massimo fissato dalla legge. In tabella è riassunto il quadro di tutele vigenti oggi e quelle future, legate all’approvazione della riforma Jobs Act.

Un esempio. Prendiamo in esame tre lavoratori (operaio, impiegato, quadro) di tre settori (terziario, studi professionali, industria metalmeccanica) con le seguenti retribuzioni mensili:

  • Terziario: operaio 6 liv. = 1.340 euro; impiegato 2 liv. = 1.900 euro; quadro 1 liv. = 2.550 euro;
  • Studi professionali: operaio 5 liv. = 1.240 euro; impiegato 1 liv. = 1.800 euro; quadro = 2.015 euro;
  • Metalmeccanico: operaio 2 liv. = 1.410 euro; impiegato 7 liv. = 2.000 euro; quadro 9 liv. = 2.550 euro.

Per ognuno dei lavoratori è stato calcolato il costo di un illegittimo licenziamento economico, dopo tre anni di lavoro, con risarcimento pieno (12 mesi) e con/senza opzione del lavoratore per l’indennità in luogo della reintegrazione. I risultati sono in tabella.

In conclusione. Un costo del licenziamento è difficile da quantificare alla precisione del cent. Lo si può solo presumere tenendo conto di un’eventuale reintegrazione (costo retribuzioni arretrate o eventuale indennità sostitutiva di 15 mensilità); del risarcimento (minimo 5 e massimo 24 mensilità); e del ticket dovuto all’Inps.

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