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Licenziamenti, stop prorogato per chi usa la nuova Cig gratuita

Dopo quasi un anno e mezzo di durata ininterrotta – un unicum a livello mondiale – termina il blocco assoluto dei licenziamenti per motivi economici nei settori dell’industria e delle costruzioni (si lascia spazio a un divieto selettivo per non compromettere la ripresa economica in atto in larga parte del mondo della manifattura). Da oggi, 1° luglio, grazie al decreto Sostegni bis, già in vigore da maggio, e al decreto legge approvato ieri dal governo, si delinea infatti una complessiva, ed equilibrata, strategia di uscita dalle misure emergenziali, che fa leva su nuove settimane di cig scontata per le aziende, in cambio di non licenziare finché si fruisce del sussidio, e su un impegno, preso martedì sera dalle parti sociali, a raccomandare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali in alternativa alla risoluzione dei rapporti di lavoro.

Da oggi, quindi, il nuovo quadro normativo di riferimento per imprese e lavoratori è questo. La regola generale è contenuta nel decreto Sostegni bis, già frutto di un compromesso condotto a maggio in prima persona da Mario Draghi: le imprese di industria e costruzioni hanno la cig scontata fino al 31 dicembre (non si pagano i costi di funzionamento che sono del 9%-15% della retribuzione). Chi la utilizza non può licenziare nessun dipendente fin tanto la usa. Non è, tuttavia, un divieto assoluto di licenziamento perché un’azienda che non voglia chiedere la cig scontata è libera di licenziare. Per i servizi e le piccole imprese (che rientrano nel campo d’azione della cig in deroga e del Fis) il divieto generalizzato di licenziamento (sia che si usi la cassa sia che non la si usi) vale fino a fine ottobre e l’ammortizzatore è gratuito fino a fine anno.

Ebbene, su questo assetto normativo si innestano le due novità approvate ieri dal Cdm. La prima è che per i datori di lavoro delle industrie tessili-abbigliamento-pelletteria sono previste altre 17 settimane di cig gratuita (non sono dovuti i contributi addizionali) da fruire dal 1° luglio al 31 ottobre. Queste aziende, che ancora oggi sono in forte difficoltà, entrano così di fatto nella normativa prevista per le piccole imprese e per quelle del terziario: ciò significa che fino al 31 ottobre, anche loro manterranno un divieto generalizzato di licenziamento per motivi economici (tranne le eccezioni, già previste dalle regole vigenti: subentro nell’appalto, cessazione definitiva dell’attività, accordo collettivo aziendale di incentivo all’esodo, fallimento). L’intervento costa 185,4 milioni di euro.

La seconda novità è che il governo mette sul piatto altri 351 milioni di euro per consentire alle imprese del settore manifatturiero che hanno esaurito (o stanno per farlo) gli ammortizzatori sociali emergenziali previsti dal decreto Marzo (dl 41 del 2021), e che hanno ancora bisogno di sostegno, di utilizzare fino a un massimo di altre 13 settimane di cassa gratuita fruibili fino a dicembre (anche su tale trattamento non è dovuto il contributo a carico del datore di lavoro). Chi le utilizza non può licenziare, se non dopo aver consumato la nuova dotazione. In ogni caso, anche per effetto della dichiarazione comune di martedì scorso delle parti sociali, ci si impegna a una sostanziale “moral suasion” raccomandando l’utilizzo degli ammortizzatori sociali in alternativa ai licenziamenti (dunque, si invita a utilizzare, nel gestire le riorganizzazioni e ristrutturazioni aziendali, strumenti come la cig ordinaria, i contratti di solidarietà difensivi ed espansivi, le intese di riduzione/ rimodulazione orario di lavoro, solo per fare alcuni esempi).

La normativa in vigore da oggi sull’uscita, graduale, dalle misure emergenziali «è un buon compromesso – sostiene Arturo Maresca, ordinario di diritto del Lavoro alla Sapienza di Roma -. Si offrono a imprese e lavoratori strumenti utili per gestire i prossimi mesi quando tutti auspichiamo una ripartenza economica più robusta. Resta da capire la sorte degli accordi collettivi di incentivo all’esodo. A mio avviso sono uno strumento utilissimo da confermare anche dopo la fine delle norme d’emergenza».

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