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Licenziamenti per motivi economici, stop al reintegro del lavoratore

di Daniele Cirioli 

Stop al reintegro per il lavoratore che sia stato licenziato per un motivo economico successivamente accertato come inesistente da un giudice. In tal caso, infatti, il giudice dovrà comunque dichiarare risolto il rapporto di lavoro, disponendo il pagamento a favore del lavoratore di un'indennità a titolo di risarcimento, onnicomprensiva, tra le 15 e le 24 mensilità.

La riforma dell'art. 18. La riforma del mercato del lavoro licenziata con ddl dal consiglio dei ministri venerdì prevede, tra l'altro, la riforma dell'articolo 18 della legge n. 300/1970 (lo statuto dei lavoratori). La riforma si limita a modificare il regime sanzionatorio nell'ipotesi di licenziamenti illegittimi por giustificato motivo oggettivo (di tipo economico), mentre lascia praticamente inalterata la restante disciplina. Resta pertanto immutato il campo di applicazione che, come è oggi, comprende i datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, aventi più di 15 dipendenti nell'ambito comunale, o più di 60 in ambito nazionale.

Tre regimi. Nella nuova veste, l'articolo 18 articola tre regimi sanzionatori per il licenziamento illegittimo, a seconda che venga accertata dal giudice: a) la natura discriminatoria o il motivo illecito; b) l'inesistenza del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa indicati dal datore di lavoro (i cosiddetti licenziamenti soggetti o disciplinari); c) l'inesistenza del giustificato motivo oggettivo indicati dal datore di lavoro (licenziamenti cosiddetti oggettivi o economici).

Licenziamenti discriminatori. Per questo tipo di licenziamenti restano, praticamente, le conseguenze attualmente vigenti. Ossia, condanna del datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, qualunque sia il numero dei dipendenti occupato, a reintegrare il dipendente nel posto di lavoro e a risarcire i danni retributivi (con un minimo di cinque mensilità di retribuzione), nonché a versare i contributi previdenziali e assistenziali in misura piena. Inoltre, il lavoratore mantiene la facoltà di chiedere al datore di lavoro, in cambio della reintegrazione, di avere il pagamento di un'indennità pari a 15 mensili di retribuzione la cui richiesta determina la risoluzione del rapporto di lavoro. Questo regime, inoltre, si applica anche per i licenziamenti disposti nel periodo di maternità, in concomitanza del matrimonio, nonché per motivo illecito (articolo 1345 del codice civile).

Licenziamenti disciplinari. Riguarda principalmente i cosiddetti licenziamenti disciplinari, ossia quelli che il datore di lavoro può intimare per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo; inoltre, è la disciplina che si applica ai licenziamenti inefficaci, a quelli intimati prima dello spirare del periodo di tutela per malattia («comporto») per inidoneità fisica oppure psichica del lavoratore (legge n. 68/1999). Si applica ai datori di lavoro con più di 15 prestatori di lavoro (il calcolo dimensionale è praticamente lo stesso della vigente disciplina). In tal caso, il giudice riconosce al lavoratore il risarcimento con la liquidazione di un'indennità onnicomprensiva di importo variabile tra 15 e 24 mensilità di paga, in considerazione dell'anzianità del lavoratore e delle condizioni delle parti (lavoratore e impresa). In alternativa, il giudice, se accerta che il lavoratore non ha commesso il fatto contestatogli o se il fatto era punibile solo con una sanzione conservativa prevista dal «codice disciplinare» del ccnl, allora fa scattare l'ordine alla reintegrazione nel posto di lavoro, cui aggiungerà il risarcimento in misura pari alle retribuzioni perse fino a 12 mesi, nonché i contributi e gli interessi legali. Anche in questo caso è prevista la facoltà per il lavoratore di richiedere un'indennità aggiuntiva (altri 12 mesi di retribuzione) in luogo della reintegrazione.

Licenziamenti per motivi economici. È la parte maggiormente toccata dalla riforma dell'articolo 18. In sostanza quando il licenziamento è avvenuto per ragioni di tipo economico e successivamente venga appurata l'inesistenza di tali ragioni, non è più previsto il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro, ma unicamente il riconoscimento a favore del lavoratore di una indennità onnicomprensiva tra 15 e 24 mensilità di retribuzione. L'obbligo della reintegrazione viene tuttavia sostituito da una sorta di test preventivo sulla liceità del licenziamento. Infatti, la nuova procedura prevede che il datore di lavoro comunichi preventivamente la sua intenzione di procedere al licenziamento alla direzione territoriale del lavoro (dtl), specificandone il motivo. Tale comunicazione è inviata anche al lavoratore. Entro i successivi sette giorni, la dpt convoca le parti che procederanno al tentativo di conciliazione finalizzato alla risoluzione consensuale del rapporto di lavoro; in questo modo, c'è la certezza che il licenziamento non sarà successivamente impugnato e non è esclusa ogni altra diversa pattuizione tra le parti (come la previsione della liquidazione di un'indennità maggiore) a prevenire la lite. Nel caso in cui la conciliazione riesca, è previsto un «premio» aggiuntivo per i lavoratori: l'attribuzione di un voucher per fruire dei servizi di supporto alla ricollocazione da parte della agenzie per il lavoro (gli uffici di collocamento privati).

Licenziamenti soggetti a «contribuzione» Inps. Tra le novità relative agli ammortizzatori sociali, viene previsto l'introduzione di un «contributo di licenziamento» che le imprese dovranno versare all'Inps all'atto del licenziamento. Il nuovo obbligo è previsto unicamente per i casi di licenziamenti di «rapporti di lavoro a tempo indeterminato», e sarà di misura pari a 0,5 mensilità di indennità (Aspi) per ogni 12 mensilità di anzianità aziendale negli ultimi tre anni; nel calcolo dell'anzianità aziendale si terrà conto anche dei periodi di lavoro svolto con contratti a termine. Il nuovo contributo si applica anche ai licenziamenti degli apprendisti (non nei casi di dimissioni). In pratica, dunque, per il licenziamento di un lavoratore occupato da più di tre anni, l'impresa dovrà pagare un contributo di licenziamento pari a 1,5 mesi di indennità Aspi. Posta che quest'ultima ha un massimale di 1.119,32 euro, il contributo potrà arrivare alla misura di euro 1.678,98.

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