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Licenziamenti Melfi, sì del giudice a Fiat

di Raffaella Polato

MILANO— I licenziamenti erano legittimi. E non c’è stato alcun comportamento antisindacale. Le motivazioni della sentenza arriveranno oggi. Il verdetto, nel frattempo, è chiaro: il giudice del lavoro accoglie il ricorso Fiat, il reintegro dei tre operai di Melfi disposto un anno fa dal Tribunale su richiesta Fiom non era e non è dovuto, la condanna di allora è cancellata. Ma quella vicenda, che i metalmeccanici Cgil avevano trasformato in prima bandiera della guerra al Lingotto, diventa un boomerang per Maurizio Landini. Assicura il segretario: «Non lasceremo soli Giovanni Barozzino, Marco Pignatelli, Antonio Lamorte» . Ora però, in attesa del contro-ricorso, sono loro a perdere il posto. Non— sembra stabilire il pronunciamento di ieri — per «volontà persecutoria» dell’azienda nei confronti degli iscritti al sindacato (i tre di Melfi lo sono) con cui è scontro totale dai giorni del referendum a Pomigliano. Questa è la tesi Fiom, lì e altrove. Lì intanto, però, cade: di «persecutorio e antisindacale» , nei licenziamenti decisi dalla Sata, il magistrato non ha ravvisato nulla. Erano «legittimi» , appunto, ed evidentemente giustificati. È passato un anno. Notte tra il 6 e il 7 luglio 2010. Le polemiche sul referendum che, a Pomigliano, ha soffertamente detto «sì» al modello voluto da Sergio Marchionne. sono ancora roventi. La Fiom non si arrende, minaccia cause e guerriglia ovunque. La fabbrica di Melfi non è esente dalla tensione e, quella famosa notte, un gruppo di operai iscritti alla sigla di Landini organizza un’assemblea spontanea. Tre di loro — Barozzino, Lamorte, Pignatelli — bloccano un carrello robotizzato. Volontariamente, sostiene la Fiat, per dimostrare quanto poco basti a fermare la produzione. Involontariamente, sostiene la Fiom, anzi: è stata «una decisione organizzativa» dell’azienda. Il 13 luglio partono comunque le lettere di licenziamento in tronco. Subito dopo scatta il ricorso delle tute blu. Primo verdetto quasi immediato: il 10 agosto il giudice Emilio Minio accoglie almeno in parte le tesi dei metalmeccanici, la Fiat è condannata al reintegro per comportamento antisindacale. Il clamore, mediatico e politico, è enorme. Intervengono le cariche istituzionali e le gerarchie ecclesiastiche. Il Lingotto prende atto ma non si smuove: cedere lì, per Marchionne, significherebbe aprire gli argini. E poiché, oltre al «principio» , c’è la convinzione delle proprie ragioni, ovviamente la sentenza la Fiat la applica. Solo, con modalità che alimentano altre polemiche: in attesa del contro-ricorso gli stipendi verranno regolarmente pagati, e tuttavia sul posto di lavoro i tre non sono graditi. Resteranno fuori. Barozzino e Lamorte, in quanto delegati Fiom, i tornelli potranno varcarli, ma solo per entrare nella sala delle attività sindacali. Ora il nuovo verdetto del giudice del lavoro, Amerigo Palma, dà ragione al Lingotto: erano legittimi già i licenziamenti. Landini, alla vigilia di una sentenza ancora più delicata (quella attesa per domani sugli accordi di Pomigliano, vero simbolo della guerra Fiom-Fiat), si dice «indignato: il giudice ha dichiarato che non c’è comportamento illegittimo dei lavoratori ma nei fatti li fa licenziare» . Ha già presentato il ricorso. Sa, però, che per lui questa sconfitta segna un reale problema sindacale e di strategia. Non a caso il leader Cisl, Raffaele Bonanni, commenta subito: «Mi dispiace davvero per i lavoratori. Dimostra che l’unica strada sicura per tutelarli è sindacale, non giudiziaria» . Altrettanto non a caso, tace Marchionne. Lascia che a parlare siano i fatti. E quelli dicono che ha segnato un punto importante. Ma non ancora «il più» importante. Intanto sul mercato hanno ripreso a circolare le voci su una fusione sempre più vicina con la Chrysler. Secondo il «Wall Street Journal» le due case sarebbero ormai pronte.

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