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Licenziamenti, il rito Fornero divide i principali tribunali

Il rito Fornero sta spaccando l’Italia dei tribunali. Che, infatti, si muovono in ordine sparso, proprio su ciò che avrebbe dovuto facilitare e soprattutto accelerare le cause sui licenziamenti: una nuova e unica procedura. Tre i principali problemi: la facoltà per chi ricorre di scegliere il rito tra l’ordinario e il nuovo; la facoltà per il datore di lavoro di avvalersi del nuovo rito; la possibilità di utilizzare il nuovo rito per domande diverse, ma contestuali a quella sull’illegittimità del licenziamento.

Il rito Fornero. È stato introdotto nell’ambito della riforma del mercato del lavoro dalla legge n. 92/2012 (riforma Fornero).

Si applica alle controversie relative all’impugnazione dei licenziamenti previsti dal nuovo articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (legge n. 300/1970). Il nuovo rito, particolarmente snello, tra l’altro elimina tutte le formalità procedurali ritenute non essenziali al contraddittorio. Tuttavia, può articolarsi in quattro gradi di giudizio. Il procedimento si svolge essenzialmente in due fasi.

– una prima fase, necessaria, volta ad assicurare la tutela urgente del lavoratore e che si conclude con una rapida decisione di accoglimento o meno della domanda;

– una seconda fase, eventuale, che prende avvio con l’opposizione tramite ricorso avverso la decisione di accoglimento o rigetto (strutturata sul giudizio di merito di primo grado davanti al giudice del lavoro, già previsto dal codice di procedura civile).

La fase della tutela urgente, che è poi quella che costituisce la maggiore novità, si apre con il ricorso al Tribunale del lavoro, con cui il lavoratore può opporsi alla decisione del datore. In tal caso il giudice deve fissare l’udienza preliminare entro 40 giorni dal deposito del ricorso (prima il termine era di 60 giorni). Punto centrale di questa prima fase è l’ampia discrezionalità del giudice nella gestione dell’istruttoria, con esclusione di ogni formalità che egli ritenga non essenziale al contraddittorio. Già alla prima udienza, il giudice decide con ordinanza immediatamente esecutiva. La fase successiva si svolge davanti allo stesso tribunale. È la fase della possibile opposizione all’ordinanza di accoglimento o di rigetto del ricorso, con nuovo ricorso da depositarsi entro 30 giorni dalla comunicazione della prima decisione. Il termine per fissare l’udienza di discussione è di 60 giorni. Al contrario di quanto previsto nella prima fase «urgente», in questo caso sono previsti 10 giorni di tempo prima dell’udienza di discussione per la costituzione dell’opposto con memoria scritta.

Qui si conclude il nuovo rito. Dopo la decisione sull’opposizione si passa all’eventuale terza fase, che è quella del reclamo davanti alla Corte d’appello (il reclamo va depositato entro 30 giorni dalla comunicazione della decisione con udienza entro 60 giorni dal reclamo). Ultima tappa, infine, è il ricorso alla Corte di cassazione, entro 60 giorni dalla decisione d’appello, con udienza fissata non oltre 6 mesi dal ricorso.

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