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Licenziamenti, conto alla rovescia ma l’intesa tra i partiti è lontana

Il primo luglio, dopo 493 giorni, in Italia le aziende più grandi torneranno a licenziare. Il blocco che dura dal 23 febbraio 2020 verrà meno per la manifattura e l’edilizia e per tutti quei settori dotati di ammortizzatori ordinari e straordinari. Il traguardo – deciso in pandemia per proteggere il lavoro e i lavoratori – è stato spostato più volte. L’ultima dal governo Draghi nel primo decreto Sostegni di marzo. Un tentativo di allungarlo ancora al 28 agosto c’era pure stato nel decreto Sostegni bis. Ma il premier Mario Draghi, dopo le proteste di Confindustria, ha cancellato la norma scritta dal ministro pd del lavoro Andrea Orlando e approvata dal Consiglio dei ministri del 20 maggio.Da allora è passato un mese. Ma nessuna mediazione politica è riuscita a portare di nuovo il tema sul tavolo di Palazzo Chigi. Le quotazioni per un “decreto ponte” di qui al 30 giugno sono molto basse. I partiti sono divisi. La pressione dei sindacati – che chiedono di uniformare al 31 ottobre la proroga al blocco sia per le piccole che per le grandi aziende – si scaricherà nella triplice manifestazione di sabato prossimo a Torino, Firenze e Bari. Anche loro sanno però che lo spazio per un cambio in corsa è ridottissimo.Il premier Draghi aveva chiesto una robusta intesa tra i partiti che giustificasse un suo nuovo intervento. Questa intesa per ora non c’è. Ne è una riprova la divisione parlamentare. In commissione Bilancio della Camera, dov’è in discussione il decreto Sostegni bis, Lega, Forza Italia e Italia Viva non hanno depositato emendamenti per riaprire la partita: un segnale di supporto alla “soluzione Draghi” di sbloccare dal primo luglio, come già previsto a marzo, i licenziamenti per le grandi imprese.Al contrario Pd, M5S e LeU chiedono di intervenire, spostando il blocco – rispettivamente – al 30 settembre, al primo settembre e al 31 ottobre. Il Pd propone una doppia soluzione: una proroga generalizzata ma con l’intesa delle parti sociali e un’altra “selettiva” per i settori in difficoltà. In questo secondo caso un consenso trasversale potrebbe arrivare, anche la Lega non sarebbe contraria (a parole).Ma tra il dire e il fare passa molta propaganda. E allora non ci si mette d’accordo neppure su come identificare i settori in crisi, a partire dalla filiera del tessile-abbigliamento- pelletteria: guardando al tiraggio della Cassa integrazione o al calo di fatturato? D’altro canto, le previsioni sui possibili licenziati dal primo luglio sono state ridimensionate a 70 mila dall’Ufficio parlamentare di bilancio. Bankitalia ne prevedeva 577 mila, di cui però 200 mila legati a una recessione che si sta riassorbendo.Anche il ministro Orlando sposa le stime Upb: «A luglio non avremo un’ecatombe, ma contraccolpi da gestire». Con il pacchetto di misure del decreto Sostegni bis: una Cig ordinaria ma “scontata” fino a dicembre (se le aziende la usano, non possono licenziare), i contratti di solidarietà e di espansione per pre-pensionare, ridurre l’orario, formare e assumere, la Naspi (il sussidio di disoccupazione) senza décalage e quindi senza riduzioni dell’assegno per tutto l’anno, sgravi contributivi per chi assume anche con il nuovo contratto di rioccupazione legato alla formazione. E in effetti più che il primo luglio spaventa il primo novembre: da allora saranno le piccole imprese a poter licenziare. Ma con molti meno strumenti e protezioni delle grandi.

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