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Licenziamenti, blocco fino a gennaio Ma i sindacati: “Due mesi in più”

Non si tratta solo di scegliere una nuova data a partire dalla quale si potrà di nuovo licenziare. Il braccio di ferro che ieri si è protratto fino a tarda notte tra governo e sindacati per lo spostamento del blocco ai licenziamenti riguarda anche il metodo e passa per le riforme del lavoro, a cominciare da quelle degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive. Potrebbe essere proprio questa, ipotizzano il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, la strada per rendere possibile una graduale sospensione del blocco dei licenziamenti, venendo incontro alle richieste delle imprese, ma senza abbandonare i lavoratori al loro destino da un giorno all’altro: un pacchetto di misure per le politiche attive concordato con le parti sociali.
Cominciata con un’ora e mezzo di ritardo, alle 19.30, la riunione si è protratta a lungo per le posizioni distanti degli interlocutori. Per i sindacati l’unica strada possibile è quella di una «proroga per altre 18 settimane del trattamento Covid per i lavoratori e il blocco dei licenziamenti almeno sino al 21 marzo», spiega il leader della Cgil Maurizio Landini. Impossibile pensare di far ripartire i licenziamenti tra il 16 novembre, quando scadranno le 18 settimane di Cig straordinaria per chi ha cominciato a luglio, e il 31 di dicembre, data per la generalità delle imprese: «Abbiamo perso dall’inizio della pandemia oltre 700 mila posti di lavoro in Italia. Sarebbe ingiustificabile e insopportabile dal punto di vista sociale allargare le maglie e perdere altri posti di lavoro», rivendica Annamaria Furlan, segretaria generale della Cisl. Il rischio è che altrimenti esplodano le tensioni sociali: «Abbiamo già detto in altre occasioni, e lo ripeteremo in questa sede, che la crisi sociale è dietro l’angolo e noi siamo molto preoccupati: chiediamo alla politica e al governo di non chiudere gli occhi», afferma il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri.
Ma anche il governo teme le tensioni sociali: la preoccupazione principale è quella che passare all’improvviso dal blocco dei licenziamenti al “liberi tutti” possa provocare disagi gravissimi. Ecco perché già con il decreto di agosto si era passati a un graduale svincolo dal blocco: la deroga principale era per chi avesse esaurito già la Cassa Covid, a partire appunto da novembre, poi c’erano tutte le aziende che si trovano in una situazione difficile, come le imprese in procedura concorsuale o quelle che stanno chiudendo un ramo d’azienda. Tuttavia il governo non intende chiudere la porta alle istanze dei sindacati, e si è mostrato disponibile nella riunione di ieri sera a una proroga del blocco al 31 gennaio, data attualmente stabilita per la fine dell’emergenza. L’ attualmente è d’obbligo: se si dovesse tornare a un lockdown, decisione che il governo cercherà fino all’ultimo di scongiurare, si ridiscuterà tutto, compreso il blocco ai licenziamenti che a quel punto verrebbe reintrodotto a 360 gradi. La speranza è si possa andare a una graduale uscita dall’emergenza. E che dalle imprese arrivino segnali di distensione, come sembra da fonti vicine al dossier. Anche se ancora qualche giorno fa il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha ribadito che «il blocco dei licenziamenti è anche il blocco delle assunzioni», e che l’Italia è l’unico Paese ad aver adottato questo provvedimento.
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