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Licenziabile il bancario disinvolto

di Alessandro Galimberti

Merita il licenziamento il direttore di filiale di banca che compie operazioni sul mercato finanziario senza copertura – cioè senza disponibilità equivalente di liquidi – che utilizza inoltre più volte irregolarmente il conto di altri clienti per favorirli, e che aumenta il fido dei correntisti senza valutazione di merito creditizio e in assenza di adeguate garanzie.
La Sezione lavoro della Cassazione (sentenza 1403/12, depositata il 31 gennaio) ha definitivamente confermato la sanzione disciplinare più grave inflitta a una responsabile di filiale di Unicredit, licenziata nell'estate di dodici anni fa dopo la scoperta di gravi irregolarità amministrative. In particolare, la Corte ha respinto il principale motivo di impugnazione di legittimità, inerente la forma di pubblicità richiesta – cioè necessaria – per il codice disciplinare aziendale dei bancari. Secondo la difesa della direttrice – già disattesa peraltro nei due gradi di merito dai giudici dell'Aquila – il regolamento interno dovrebbe prevedere, tipizzandole, tutte le condotte che possono condurre alla rescissione del rapporto di lavoro e dovrebbe, soprattutto, essere portato a conoscenza dei dipendenti mediante pubblica affissione a cura del datore di lavoro stesso.
La Cassazione, tuttavia, si è allineata alla valutazione delle corti di merito, ribadendo il principio cristallizzato, da ultimo, nel precedente della sentenza 27104 del 2006. La questione della adeguata conoscibilità della norma infranta si pone, spiegano i giudici, solo «per specifiche ipotesi di giusta causa o giustificato motivo previste dalla normativa collettiva e validamente poste dal datore di lavoro» ma non invece «quando faccia riferimento a situazioni giustificative del recesso previste direttamente dalla legge o manifestamente contrarie all'etica comune o concretanti violazione dei doveri fondamentali connessi al rapporto di lavoro».
In sostanza, spiega l'estensore, il direttore della filiale di Unicredit non poteva ignorare che violare, tra l'altro, lo stesso regolamento Consob con operazioni "cabrio" sul mercato finanziario (comprare senza la necessaria liquidità) non costituisse un illecito oggettivamente grave e idoneo a mettere in pericolo il rapporto di fiducia con l'istituto datore di lavoro.
La gravità in sé dell'infrazione disciplinare, quindi, non esigeva una tipizzazione "codificata" e neppure la procedura dell'articolo 7 dello Statuto dei lavoratori (legge 300/1970), cioè l'affissione, in luogo accessibile a tutti, del codice disciplinare interno.
Tra i motivi dell'impugnazione c'era anche la questione dell'immediatezza della contestazione, per impedire il reiterare delle condotte illecite e quindi evitare la sanzione più drastica. Secondo il difensore, gli addebiti erano rilevati in tempo reale ma furono poi contestati solo dopo 18 mesi, facendo cadere così il requisito della «immediatezza» dell'incolpazione e in definitiva della legittimità del licenziamento. Ma per la Cassazione la valutazione della «giusta causa» prevista dall'articolo 2119 del Codice civile non può essere contestata in sede di legittimità, se non per il metodo di applicazione che deve essere privo di errori logici o giuridici.

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