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Libra agita le authority globali «Progetto troppo rischioso»

Libra non avrà vita facile. Tanto che ieri, il giorno dopo l’annuncio della criptovaluta presentata da Facebook, la Coo del social network Sheryl Sandberg si è affrettata a precisare che «il suo lancio è ancora ben lontano». Il lancio è previsto per il 2020, ma, come a Menlo Park già ipotizzavano, le polemiche non sono mancate su entrambe le sponde dell’Atlantico. A Washington la presidente della commissione Servizi finanziari della Camera Usa, Maxine Waters, ha chiesto che il colosso hi-tech metta in stand-by lo sviluppo di Libra, dal momento che possiede dati su miliardi persone ed è già sotto accusa per la violazione della privacy che potrebbe costare una multa di qualche miliardo di dollari.

La stessa Sandberg ha buttato acqua sul fuoco sottolineando che Facebook sta già parlando con le authority regolamentari per risolvere i dubbi: «Sappiamo che c’è molto lavoro da fare, ma è stato solo un annuncio di quello che vorremmo fare con una roadmap per permettere a chi volesse di unirsi e aiutarci a farlo». Ma l’annuncio ha messo in allarme il mondo intero di fronte alla prospettiva di una valuta globale creata da un colosso privato, candidata a diventare l’architrave di un nuovo sistema finanziario internazionale. Il G-7 ha avviato un forum per esaminare i rischi che una criptovaluta del genere potrebbe comportare per la finanza globale, dal punto di vista economico, ma anche per quanto riguarda le disposizioni antiriciclaggio. Al gruppo di lavoro parteciperanno anche le Banche centrali e l’Fmi. Il governatore della Bank of England Mark Carney ha messo in chiaro di aver accolto l’annuncio di Facebook con «spirto aperto», ma non con «la porta aperta». Se Libra avrà successo, ha sottolineato Carney, «diventerebbe sistemico e dovrebbe essere soggetto ai più alti standard di regolamentazione».

Da qualsiasi parte lo si guardi, il progetto di Facebook sembra aver colpito un nervo scoperto del sistema bancario a livello globale. Un recente rapporto del Wef ha indicato che sono una quarantina le Banche centrali che stanno lavorando a progetti blockchain, che sia a livello di sistema di pagamento, di trade finance o di emissione di titoli. Ma è soprattutto il settore privato che sta sperimentando la tecnologia dei distributed ledger, anche in questo caso su più fronti.

Lo scorso febbraio Jp Morgan ha annunciato l’imminente lancio di una criptovaluta, anche in questo caso una stablecoin, garantita da un asset fisico: era facile supporre che il Jpm Coin sarebbe stato legato alla parità con il dollaro, visto che la blockchain avrebbe avuto la funzione di facilitare il trasferimento istantaneo di pagamenti interni tra clienti della banca. In buona sostanza si tratterebbe di disintermediare la banca stessa al suo interno creando un nuovo sistema basato su una criptovaluta per trasferire i soldi da conto a conto. Allora la banca, la prima grande americana a ufficializzare un progetto del genere, aveva detto che le sperimentazioni erano risultate positive e che il progetto avrebbe visto la luce nel primo semestre dell’anno. I tempi si sono allungati, forse perché i test non hanno mantenuto del tutto le promesse. Ma ora Facebook mette sotto pressione il sistema bancario per non rinviare la sfida.

Pierangelo Soldavini

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