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Libero scambio, accordo Usa-Pacifico

Il grande accordo di libero commercio della regione del Pacifico, la Trans Pacific Partnership, è realtà. All’alba di ieri, dopo negoziati a oltranza, gli Stati Uniti e gli altri undici paesi impegnati nelle trattative, a cominciare dal Giappone, hanno sottoscritto un’intesa che abbatte barriere su mercati che rappresentano il 40% del Pil mondiale. Un significativo risultato economico e politico, fortemente voluto dal presidente americano Barack Obama: rappresenta una potenziale iniezione di fiducia mentre l’economia mondiale dà segni di malessere ed è un patto strategico che argina la crescente influenza della Cina, fuori dall’intesa, premendo perché acceleri il suo cammino verso trasparenza e free market.
L’intesa, il cui testo in dettaglio con i suoi 30 capitoli sarà reso noto solo nelle prossime settimane, è stata raggiunta dopo un ultimo round di colloqui convocato ad Atlanta, in Georgia, che si sono protratti per cinque giorni e notti oltre la scadenza originalmente fissata per domenica. Con lo spettro di un nuovo fallimento alle porte, dopo i numerosi rinvi già avvenuti, i negoziatori hanno però trovato la via del compromesso sulle questioni rimaste scottanti, anzitutto farmaci e derivati del latte. I rappresentanti del Giappone avevano intimate che sarebbero ripartiti nella giornata di ieri, accordo o meno.
La disputa risolta in extremis ha riguardato la protezione di brevetti farmaceutici, sulla quale insistevano gli americani e che vedeva invece la resistenza di nazioni guidate dall’Australia interessate a velocizzare l’introduzione di prodotti generici. Il compromesso prevede ora una protezione tra cinque e un massimo di otto anni per farmaci biologici, rispetto alla richiesta statunitense di dodici anni. Difficili trattative in chiusura hanno avuto luogo anche sul settore auto, sui latticini e sull’insieme della proprietà intellettuale.
L’accordo alla fine è stato però sottoscritto attorno ad alcuni capisaldi: riduce progressivamemnte migliaia di dazi e barriere all’interscambio. Liberalizza i mercati agroalimentari, in particolare di Canada e Giappone che hanno accettato una riduzione delle barriere all’ingresso dei derivati del latte esteri. Rende comunque uniformi e più severe le norme sui brevetti a vantaggio sia di società farmaceutiche che tecnologiche e di Tlc. Apre le froniere di Internet. Ancor più, dal punto di vista strategico, forgia un’alleanza per dialogare con forza con la Cina, esclusa dal negoziato e impegnata a creare un proprio patto economico asiatico. Tra i Paesi del Tpp voluto dagli americani oggi so contano, oltre ai già menzionati Canada, Giappone e Australia, anche Perù, Cile, Nuova Zelanda, Messico, e numerose nazioni del Sudest asiatico dalla Malesia al Vietnam e Singapore.
L’accordo del Pacifico, ha fatto sapere la Casa Bianca, «sosterrà l’export del made in America e la creazione di posti di lavoro qualificati». Eliminando «oltre 18.000 tasse – sotto forma di tariffe – sul made in Usa rende i nostri agricoltori , allevatori, aziende manifatturiere e piccole imprese in grado di competer e vincere in mercati ad alta crescita». In dettaglio, hanno sottolineato gli americani, cancella tariffe che arrivavano al 70% nell’auto, al 59% sui macchinari e al 40% su pollame e frutta e al 35% sulla soia, oltre a migiorare l’accesso nei servizi e a garantire il rispetto di standard sulle condizioni di lavoro previsti dall’Ilo. I vantaggi sono stati celebrati anche dell’associazione delle aziende internazionali con attività negli Stati Uniti, la Ofii, che vede da parte sua l’aperture di nuove opportunità nel mercato Usa: “Possono essere creati 233.000 nuovi impieghi legati a investimenti diretti esteri negli Stati Uniti, che cresceranno di 20 miliardi”, ha dichiarato il direttore generale Nancy McLernon.
Il Tpp, forte di simili promesse che ora dovrà mantenere, è diventato così una cruciale seppure sofferta vittoria per Obama, che ne aveva fatto una priorità del suo secondo mandato alla Casa Bianca sfidando l’opposizione di numerosi esponenti del suo partito democratico e i sindacati. Una battaglia politica che non è affatto finita: dovrà ottenere nei prossimi mesi l’approvazione dell’intesa da parte del Congresso che si prepara ad un anno elettorale. Anche tra le aziende non manca l’opposizione: Ford ha chiesto ieri di non approvare il TPP nell’attuale forma. Ma l’accordo adesso c’è e, se Obama avrà ragione, potrebbe sopravvivere alle manovre parlamentari. A quel punto l’attenzione, oltretutto, potrà essere rivolta all’altro grande progetto di accordo commerciale e strategico: il patto transatlantico con l’Europa, la Transatlantic Trade and Investment Partnership.

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