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«Liberalizzazioni? Troppo poche»

MILANO — Liberalizzazioni e privatizzazioni bloccate. Il dato è emblematico: la sola privatizzazione tentata dal governo Monti è stata quella dell’Unione nazionale ufficiali in congedo. Tentata, perché il relativo decreto non è stato convertito in legge. Una delle «delusioni» dello scorso esecutivo su questo tema, come ha spiegato il presidente di «Società libera», Vincenzo Olita, nel presentare l’undicesimo rapporto sulle «Liberalizzazioni. Crisi di un modello in un Paese in crisi».

«Per noi lo scorso anno — ha detto Olita — rappresentava quello della svolta, dopo le promesse di Monti del gennaio 2012». E invece come fa presente Giuseppe Pennisi nel suo saggio su «L’anno delle “privatizzazioni parlate”» non è stata nemmeno pubblicata la Relazione annuale sulle privatizzazioni del ministero dell’Economia al Parlamento. L’ultima risale al settembre 2011. Il dossier fotografa un’Italia ferma, in cui «quotidianamente si invocano — spiega Olita — privatizzazioni, liberalizzazioni e tagli di spese» per far ripartire l’economia e che si scontra con «un’esigenza pressante di sburocratizzazione dei processi amministrativi».

Nell’ultimo anno la situazione non è migliorata, anzi, «si sono implementate ulteriori vischiosità procedurali». Un esempio citato dal rapporto è il decreto Passera sull’efficienza energetica, che mostra come «si possano percorrere itinerari inversi alla semplificazione burocratica e all’espandersi della concorrenza». Ma il dossier stupisce anche per le posizioni sull’alta velocità ferroviaria Torino-Lione. Olita sottolinea che «c’è un gruppo liberale contro la Tav perché è inutile e quelle risorse potrebbero essere usate altrove». Lo studio è di Marco Ponti che, conti alla mano, ragiona sul perché la Torino-Lione «non rientra tra le infrastrutture utili e urgenti».

Il tema dell’eccesso di burocrazia è centrale per Mario Melazzini, assessore della Regione Lombardia alle Attività produttive e padrone di casa (l’incontro è stato ospitato nel nuovo palazzo della Regione). Per Melazzini la politica deve «avere il coraggio di osare e di permettere il rilancio, mettendo a disposizione delle imprese strumenti concreti e facendo liberalizzazioni che consentano un’autentica competizione».

C’è tuttavia un ostacolo che ha radici più profonde. L’Italia paga «una sfiducia nei confronti dell’attività privata, dei mercati che possono crescere e degli imprenditori», ha sottolineato il direttore del «Corriere della Sera», Ferruccio de Bortoli, individuando «un deficit di cultura della modernizzazione». Per de Bortoli è però anche vero che «parte della nostra classe imprenditoriale ha dato pessima prova nelle liberalizzazioni». Dello stesso parere Guido Gentili, editorialista de «Il Sole 24 Ore»: «L’imprenditoria italiana — ha detto — è andata a caccia di monopoli e di posizioni di rendita. Sulle liberalizzazioni c’è una grande effervescenza culturale ma la realtà è di un sostanziale fallimento». Gentili è scettico sul futuro: «Non siamo di fronte a una possibile svolta».

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