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Liberalizzazioni e decreti. Le porte del mercato si aprono

Effetto Monti, l’Italia è più aperta al mercato. L’indice di liberalizzazione del nostro Paese sale a quota 52%, tre punti in più rispetto al 49% di un anno fa. Lo dice il rapporto 2012 dell’Istituto Bruno Leoni (Ibl), che verrà presentato oggi a Milano, a Palazzo Durini, e che pubblichiamo in anteprima. Vuol dire che poco più della metà del mercato italiano è considerato oggi aperto alla concorrenza. Non è molto, ma è un avanzamento come non si vedeva dal 2009 (passò dal 47% al 49%). Migliora l’indice delle autostrade e degli ordini professionali, peggiora quello dei servizi finanziari (la Borsa), restano fermi treni e mercato del lavoro.
Il metodo
Il dato nazionale del 52% è la media dell’indice assegnato da Ibl, su valutazioni qualitative e quantitative del grado di concentrazione del mercato, ai diversi settori, dal gas alle telecomunicazioni. A sua volta quest’indice settoriale è misurato in rapporto a un’ipotetica «base 100» dei Paesi ritenuti a liberalizzazione (e privatizzazione) più alta, presi a riferimento: in testa la Gran Bretagna.
Fu lo stesso Ibl a presentare a Palazzo Chigi, in gennaio, lo studio «Liberalizzare e crescere – Dieci proposte al governo Monti». «Sono ancora attuali — dice Alberto Mingardi, direttore generale dell’istituto —. Questo esecutivo sulle liberalizzazioni ha fatto più dei precedenti, ma l’elenco dei passi da muovere è ancora lungo». È scettico Mingardi, per esempio, sul ruolo della Cassa depositi e prestiti presieduta da Franco Bassanini, separata nella gestione ma controllata dal Tesoro e sempre più presente nell’economia italiana, dalla rete gas di Snam alla banda larga di Metroweb, l’ultima partita aperta (con ventilato scorporo della rete di Telecom): «Potenzialmente la Cassa è nelle mani di un decisore politico, può avere derive di statalizzazione, essere pericolosa per la libertà economica». Come dire, per ora è gestita (quasi) come un ente privato, con attenzione al conto economico, domani chissà (per esempio, se escono dall’azionariato, com’è ora possibile, le fondazioni bancarie, o un nuovo governo dà indirizzi diversi).
Punti di vista. L’Indice delle liberalizzazioni del Bruno Leoni resta comunque dal 2007 un riferimento per misurare il superamento dei monopoli. E l’edizione 2012 arriva, fra l’altro, proprio mentre è attesa, a giorni, la segnalazione dell’Antitrust al governo sugli interventi ancora necessari per aprire e modernizzare i mercati.
La segnalazione Antitrust
In agosto Antonio Catricalà, sottosegretario alla presidenza del consiglio ed ex presidente dell’Autorità della concorrenza, ha chiesto all’Authority oggi guidata da Giovanni Pitruzzella di presentare a governo e Parlamento un memorandum sulle misure da prendere, anche in vista della Legge sulla concorrenza che dovrebbe essere varata entro la prossima primavera. Il documento potrebbe essere consegnato già questa settimana.
Dei 16 settori analizzati dall’Istituto Bruno Leoni, ben 11 risultano più aperti al mercato rispetto al settembre 2011, i due terzi; solo tre sono più chiusi e tre stabili. «Miglioramenti riconducibili ai provvedimenti contenuti nei decreti del governo Monti, che segna una discontinuità — dice Carlo Stagnaro, direttore ricerche di Ibl, che ha curato l’indagine —. Dal Salva Italia, che ha interessato i professionisti e razionalizzato il ruolo dell’Anas, al Cresci Italia, che ha fra l’altro introdotto l’Autorità dei trasporti» (bloccata, però: vedi altro articolo). Aumenta molto, difatti, l’indice di liberalizzazione degli Ordini professionali, dal 47% al 52% (cinque punti, il riferimento è al Regno Unito), «in primo luogo per l’apertura alle società di capitale», dice Stagnaro; e, soprattutto, quello delle autostrade, dal 28% al 40%, addirittura 12 punti (e il parametro qui è la Spagna di Abertis, la rivale di Autostrade): «Per maggiore certezza delle regole e risoluzione del conflitto d’interesse con l’Anas», commenta l’analista. Scendono, invece la Borsa (dal 69% al 66%, il confronto è con la Svizzera), per la Consob ritenuta «controllata da Parlamento e governo, con poco potere d’intervento» e la scarsa contendibilità delle quotate; la tivù (dal 62% al 61%, confronto con la Spagna), per «l’ambiguità della Rai, che riscuote il canone e ha un tetto alla raccolta pubblicitaria, andrebbero tolti entrambi: in Spagna il ruolo del soggetto pubblico è stato meglio definito»); infine il fisco, passato dal 48% al 47% per la «pressione sui cittadini ancora troppo elevata».
Restano poi fermi, rispetto a 12 mesi fa, il mercato del lavoro, stabile per Ibl a quota 60% nonostante la Legge Fornero («Nella sostanza per ora non soddisfa nessuno») e i trasporti ferroviari, bloccati al 36% malgrado l’ingresso della Ntv di Luca di Montezemolo nell’Alta velocità contro Ferrovie dello Stato (vedi altro articolo), e qui pesa il fallimento di Arenaways: «Restano norme anticompetitive sui trasporti locali», dice Stagnaro. Autostrade a parte («Abbiamo voluto dare un’apertura di credito», concede Ibl: e l’amministratore delegato di Atlantia, Giovanni Castellucci, sarà alla presentazione dell’Indice oggi), i trasporti restano insomma la spina nel fianco.
L’opportunità Snam
Il mercato più liberalizzato in Italia in base all’Indice Ibl resta comunque quello elettrico con il 77% (cinque punti in più del 2011); quello meno, l’acqua con il 19% (come l’anno scorso). Stabili in classifica al 12esimo posto le telecomunicazioni: salgono dal 42% al 45% perché «aumentano i passaggi degli utente da un fornitore all’altro», ma «se Telecom e Metroweb si accordano sul cablaggio la concorrenza diminuirà», dice Stagnaro. Passa invece dal sesto al quarto posto il gas naturale con il 64% (era al 62%). «Lo scorporo di Snam dall’Eni può portare a una maggiore competizione, come fu nell’elettrico con la separazione di Terna dall’Enel», dice Stagnaro. Eppure Snam è stata rilevata proprio dalla Cassa depositi e prestiti, e la quotata Terna fa capo alla stessa Cassa per il 30 per cento.

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