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L’Fmi volta pagina: sì ai controlli sui capitali

Il Fondo Monetario Internazionale ufficializza una svolta storica sui flussi di capitale: misure di controllo possono rivelarsi giustificate e utili per evitare che interi Paesi soccombano a terremoti finanziari. I “capital controls”, dunque, diventano una nuova arma nell’arsenale dell’Fmi a difesa della stabilità di economia e mercati globali.
Il cambio di marcia, in preparazione da almeno tre anni e suggerita da recenti prese di posizione dello stesso managing director Christine Lagarde, è stato codificato da un documento preparato dallo staff dell’organizzazione, discusso dal board il 16 novembre e reso pubblico ieri. Ma la scelta ha ugualmente fatto scalpore: l’Fmi si è da sempre distinto come paladino del libero mercato. Le tensioni sui mercati dei capitali, dove enormi flussi si muovono rapidissimi, e il peso crescente dei paesi emergenti impongono tuttavia oggi ripensamenti di quel dogma in nome di un maggior pragmatismo.
Se è vero che «i flussi di capitale possono avere benefici importanti per singole nazioni tra i membri del Fondo e nell’economia globale», è altrettanto certo che «comportano anche rischi, perché possono essere volatili e vasti in rapporto alle dimensioni dei mercati domestici». Modi e tempi di una completa liberalizzazione, continua il documento, «devono essere pianificati adeguatamente», garantendo «benefici superiori ai costi», senza presumere che sia «un obiettivo appropriato per tutti i Paesi in qualunque momento».
Le iniezioni record di liquidità e i bassissimi tassi d’interesse dettati dalla lotta alla crisi del 2008 nei Paesi più industrializzati, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno destato particolare allarme. Le conseguenti invasioni di numerosi mercati emergenti da parte di investitori a caccia di rendimenti ormai impossibili in patria hanno spinto al rialzo le valute locali e creato bolle speculative. Tanto che un crescente gruppo di nazioni, dal Brasile alle Filippine, è corso ai ripari criticando le potenze occidentali e cercando di frenare i flussi.
Lagarde, parlando a metà novembre a Kuala Lumpur in Malesia, ha riconosciuto la nuova realtà. «Controlli temporanei sui capitali possono dimostrarsi efficaci» ha detto. Proprio la Malesia, ha anzi aggiunto, «è stata all’avanguardia in questo campo», un riferimento a misure introdotte alla fine degli anni Novanta durante la crisi finanziaria asiatica rifiutando l’assistenza del Fondo Monetario che si era opposto.
I criteri ora indicati dal Fondo per un intervento di “gestione” dei flussi sono molteplici: appaiono utili quando i Paesi non siano in grado di agire con manovre di politica monetaria che riducano i tassi di interesse o quando impennate dei capitali in ingresso rischino di travolgere il sistema finanziario locale. I controlli dovrebbe essere temporanei, mirati, trasparenti e non discriminatori tra residenti e non residenti.
Un alto funzionario dell’Fmi, Vivek Arora dell’ufficio di analisi strategica e politica, ha tuttavia precisato ieri che la revisione politica resta un processo in evoluzione. Le nuove linee guida «non sono scolpite nel marmo». E le critiche già suscitate dalla nuova dottrina del Fondo rivelano un dibattito aperto. Non solo da parte di chi crede che i controlli sui flussi di capitale si rileveranno illusori, ma anche di chi chiede di più. Il rappresentante brasiliano al Fondo, Paulo Nogueira, a nome di un gruppo di dieci Paesi ha lamentato la carenza di analisi, denunciando che dentro l’organizzazione sussistono troppe resistenze ai controlli sui flussi di capitale.

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