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L’Fmi si sfila dal salvataggio greco

Si complica di nuovo il percorso verso la soluzione della crisi greca: il Fondo monetario internazionale torna a puntare i piedi e fa sapere che non parteciperà al nuovo salvataggio senza un accordo sulla ristrutturazione del debito, questione ancora non affrontata con i partner dell’Eurozona che vogliono rinviarla all’autunno. 
Siederà comunque, in quanto membro della troika, al tavolo del negoziato in corso con le autorità greche ma deciderà in un secondo momento quanto e come partecipare al terzo pacchetto di aiuti. La cui cifra, fissata dall’Eurosummit tra 82-86 miliardi, è a questo punto tutta da confermare perché comprendeva anche la partecipazione dell’Fmi.
È quanto emerge da un documento “strettamente confidenziale” che riassume le due ore di incontro del board del Fondo di mercoledì scorso e da una conference call del direttore generale Christine Lagarde che pone «come inevitabile una ristrutturazione del debito che dal 170% può raggiungere il picco del 200% del Pil». In termini pratici, vuol dire che sebbene i tecnici dell’Fmi stiamo partecipando ai colloqui tra governo e troika ad Atene, di cui appunto fanno parte, per ora si asterranno dal partecipare al piano.
Sono due in particolare i criteri che Atene non soddisfa, impedendo una partecipazione del Fondo al piano: capacità politica e istituzionale di attuare realmente riforme economiche e alta probabilità di un debito insostenibile nel medio termine.
Gli inviati da Washington «non possono raggiungere accordi in questa fase», possono solo decidere se partecipare a quella successiva, dopo che «la Grecia avrà approvato un ampio pacchetto di riforme» e avrà raggiunto un accordo con i creditori europei, Ue e Bce, su un alleggerimento del fardello del debito. È questo il punto che ancora divide le due sponde dell’Atlantico, con l’Europa che al momento non intende spingersi oltre una promessa di riscadenziamento a fronte di impegni concreti e l’Fmi che insiste invece per una ristrutturazione tout court. Fonti Ue assicurano che Christine Lagarde, voglia partecipare al piano ma deve fronteggiare la fronda degli emergenti.
Secondo le minute della riunione del board, diversi Stati tra i quali Canada e Brasile, hanno sottolineato l’importanza «di proteggere la reputazione del Fondo», mentre il rappresentate tedesco ha detto che «avrebbe preferito che il Fondo si fosse mosso in parallelo» rispetto al resto della troika.
Quanto al fronte interno, Alexis Tsipras ha giocato d’anticipo. Per superare le divisioni interne sul terzo piano di salvataggio il premier greco ha fatto balenare la carta del referendum, questa volta di partito. In realtà la proposta politica è un po’ più articolata perché prevede a settembre un vertice straordinario di Syriza, allo scopo di venire a capo delle recenti divisioni che hanno comportato l’indebolimento della coalizione nelle ultime settimane, con la defezione dell’ala sinistra più radicale guidata da Panagiotis Lafazinis di Piattaforma di sinistra e al limite un ricorso al referendum interno.
La mossa del premier Tsipras si è rivelata necessaria perché il governo non può continuare a basarsi sul sostegno dell’opposizione, come avvenuto per il via libera al terzo pacchetto degli aiuti internazionali ottenuto grazie ai voti dei conservatori di Nea Dimokratia, dei centristi di To Potami e dei socialisti del Pasok.
«Propongo al comitato centrale un congresso straordinario per discutere di come al restare al governo in quanto forza di sinistra e della strategia da adottare nel negoziato sul bailout», ha detto Tsipras ai compagni di partito. «Non avevamo scelta perché se fossimo usciti dall’euro avremmo dovuto avere riserve sufficienti per evitare la svalutazione e di dover ricorrere all’Fmi per un prestito d’emergenza». Il comitato centrale nella notte ha votato a favore del congresso straordinario a settembre come chiesto da Tsipras.

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