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L’Fmi: prestiti più difficili in Italia

WASHINGTON — Ci sarà una nuova stretta creditizia. Colpa della recessione, della necessità delle banche di rafforzare il capitale ma anche dell’alto debito. Lo dice il Fondo monetario nel suo rapporto sulla Stabilità finanziaria presentato ieri a Washington dove oggi si riuniranno i ministri finanziari ed i governatori delle banche centrali del G7 e del G20. «La solidità delle banche italiane è elevata» ma «prevediamo una riduzione dell’offerta di credito del 2,7% nei prossimi due anni, un punto in più della media delle maggiori banche europee» ha spiegato Josè Vinals, direttore del dipartimento Monetario e del Mercato dei capitali del Fmi. Gli istituti europei presi in considerazione dal Fondo — precisamente 58 tra cui 5 italiani (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Popolare e Ubi banca) — infatti «dovranno far fronte complessivamente ad un ridimensionamento dei bilanci e dell’attività per 2.600 miliardi, il 7% del totale». Con la conseguenza appunto di dover stringere i cordoni della Borsa. Il fatto è che sull’azione delle banche, in particolare su quelle che hanno in portafoglio i titoli pubblici, pesano le oscillazioni di fiducia sui debiti sovrani dei paesi di appartenenza, la crescita debole e l’esigenza di rafforzare i capitali. Un mix esplosivo come si è visto anche ieri, quando la caduta dei titoli bancari ha trascinato all’ingiù le Borse europee, preoccupate soprattutto per le sorti della Spagna, dove la stretta del credito secondo il Fmi sarà maggiore dell’italiana al 4%, sempre più ago della bilancia dello stato di salute dell’eurozona e focalizzate sui possibili esiti dell’asta dei titoli a medio e lungo termine di oggi. Per la Borsa di Madrid il tonfo delle quotazioni è stato del 3,99% ma anche Milano è uscita malconcia. Piazza Affari ha perso il 2,42% e più distanti Parigi in negativo per 1,59% Francoforte per 1,01% e Londra 0,38%. Sul secondario i Btp decennali, al 5,49%, allargano il differenziale di rendimento coi Bund tedeschi di uguale durata a 377 punti base mentre lo spread dei Bonos spagnoli si attesta a 412 punti base.
«L’Italia e la Spagna stanno adottando misure difficili, ma quello che fanno è molto promettente, non solo sul lato del bilancio, ma anche su quello delle riforme del mercato del lavoro che incentiveranno la nascita di nuove aziende e l’aumento dell’occupazione», ha rassicurato ieri il segretario del Tesoro Timothy Geithner, fornendo però così anche la misura di quanto l’economia europea preoccupi a livello internazionale. Secondo Geithner, questi paesi hanno ancora davanti a sè «una strada lunga e difficile» ma con i loro progressi «hanno contribuito a rafforzare la fiducia nell’eurozona che nel complesso ha fatto un buon lavoro allontanando il rischio di un fallimento catastrofico». Ora «devono completare concretamente il processo di riforme».
La fase più acuta della crisi «sembra passata», ma i debiti elevati restano una «condizione cronica pericolosa», ha insistito ancora Vinals esortando i governi dell’eurozona a completare le riforme strutturali approfittando del tempo guadagnato grazie all’azione della Bce. Un’azione che «è stata decisiva» ma che da sola non può bastare. L’Italia, per esempio, «deve affrontare problemi particolari perché il livello alto di debito interagisce in modo negativo con i costi di finanziamento marginali» anche se progressi sono stati fatti. Secondo le cifre del Fondo, che segnala anche il positivo dato dell’indebitamento delle famiglie (pari al 51% del Pil nel 2012, molto al di sotto della media dell’Eurozona mentre il debito delle istituzioni finanziarie è previsto al 97%, e di quelle non finanziarie al 112%) la quota di investitori stranieri che compreranno titoli di Stato italiani nel resto dell’anno sarà del 42 % nel caso migliore e del 31,7% nel peggiore (attualmente la quota di debito in mani estere è del 48,8%) e gli investitori italiani, soprattutto le banche, dovranno impegnare nel finanziamento dai 205 ai 241 miliardi di euro.

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