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Lezione tedesca e inglese per la domanda interna

C’è un filo rosso che unisce Germania, Gran Bretagna, ma anche, a sorpresa, la Francia in affanno sul deficit e il Portogallo, malato in terapia intensiva sotto le cure delle istituzioni internazionali. È partito da questi quattro Paesi lo slancio del Pil nel secondo trimestre che ha consentito alla Ue una performance dello 0,3% dopo sette rilevazioni negative. Con una novità: a favorire la spinta non è stato solo l’export, ma la domanda interna, che dopo mesi di stagnazione ha ricominciato a risollevare la testa. Segno che le politiche di rilancio messe in campo negli ultimi anni iniziano a dare i primi frutti. Per l’Italia, invece, il calo del Pil si attenua, ma il ritmo resta a -0,2 per cento.
«A livello europeo qualcosa si muove – sottolinea Stefania Tomasini, responsabile previsioni e analisi economiche di Prometeia –, anche se è consigliabile non cedere al facile ottimismo, perché ci sono ancora numerose nubi all’orizzonte. La domanda interna, finora depressa dalle misure di austerity e dall’effetto contagio all’interno dell’area euro e della Ue, sta però timidamente invertendo la rotta. Lo dimostrano gli indici di fiducia in miglioramento e la disoccupazione che si sta stabilizzando. La crisi ha insegnato che i Paesi non possono contare solo sull’export per il rilancio, ma che dovranno far leva sui consumi». A tirare la volata è ancora una volta la Germania, dove da aprile a giugno il Pil è cresciuto dello 0,7 per cento. Merito soprattutto delle famiglie che hanno ricominciato a spendere: mezzo punto percentuale in più rispetto al trimestre precedente. Anche le imprese hanno fatto la loro parte, con investimenti in macchinari e attrezzature in aumento dello 0,9 per cento. A riprendere vigore è stato soprattutto il settore delle costruzioni, che ha segnato un balzo del 2,6 per cento.
«A favorire questo risultato – dice Silvio Peruzzo, senior European economist di Nomura – sono un livello di disoccupazione ai minimi storici e una politica di aumenti salariali. Con una tempistica perfetta il Paese ha avviato negli anni Duemila, quando la situazione economica era favorevole, una serie di riforme strutturali, in particolare nel mercato del lavoro, e oggi, in acque ancora agitate, si ritrova con le spalle più larghe». Tanto che secondo il Fmi il contributo della domanda interna sul Pil sarà superiore a quello dell’export.
In Gran Bretagna l’economia ha riconquistato vigore (+0,7%) grazie all’assestamento dei consumi delle famiglie e al recupero della produzione industriale.
«Merito del policy mix tra le azioni della Banca d’Inghilerra, che hanno consentito una forte immissione di liquidità verso l’economia reale, e le misure a sostegno della crescita varate dal governo Cameron», spiega l’economista del Ceps, Cinzia Alcidi.
Londra punta su investimenti, maggiori crediti alle imprese e sulla formazione di una manodopera qualificata, a tutti i livelli, anche con la creazione di nuovi college più focalizzati sulle discipline tecniche. Da non dimenticare poi la tassazione più leggera per le imprese: passata dal 28 al 23% nel 2010, verrà ridotta al 20% dal 2015.
Più complesso è il caso della Francia, alle prese con il risanamento di bilancio e in crisi di competitività. Nel secondo trimestre il Pil è cresciuto a sorpresa dello 0,5%, registrando il maggior rialzo degli ultimi due anni. L’Insee, l’ufficio di statistica nazionale, lo spiega con l’accelerazione di consumi delle famiglie (+0,4%) e con il timido segnale sul fronte delle scorte delle imprese, mentre gli investimenti sono ancora in calo. La decisione della Commissione Ue di posticipare di due anni (al 2015) il termine per il rientro del deficit sotto la soglia del 3% potrebbe fornire a Parigi una boccata d’ossigeno per attuare le misure di rilancio varate lo scorso novembre a colpi di sgravi fiscali e di incentivi all’occupazione giovanile.
La maglia rosa della crescita va però al Portogallo, finora in profonda recessione, che segna un aumento del Pil dell’1,1% su base trimestrale. La domanda interna è ancora in calo, ma si attenua il crollo dei consumi e degli investimenti. Segno che la cura prescritta da Ue e Fmi sta iniziando ad avere i primi effetti. Per ritrovare la rotta della crescita il Paese punta su sgravi per le Pmi e incentivi all’assunzione giovanile e sta pensando a una riduzione della corporate tax.
Quale potrebbe essere, allora, la ricetta per l’Italia per stimolare la domanda interna? Peruzzo non ha dubbi: «Alleggerire il carico fiscale e non aumentare l’Iva, perché si deprimerebbero ancor di più i consumi». Per Tomasini la chiave per la svolta poggia su politiche «per favorire l’occupazione e il credito alle imprese, alleggerendo le banche dal peso delle sofferenze».

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