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L’export Rifà i conti con il SuperEuro Quella quota di Sicurezza di 1,20-1,25

Raramente è un buon segno quando si parla molto di valute. Di solito, è l’annuncio di guai in arrivo o di governi disperati e smarriti. Anche di ambedue le cose, come forse sta succedendo. Due giorni fa il ministro delle Finanze di Parigi Michel Sapin ha parlato della necessità di ridurre l’egemonia del dollaro negli scambi commerciali e ieri il numero uno di Airbus, il francese Fabrice Brégier, ha invitato la Banca centrale europea a intervenire per attenuare la forza dell’euro di un dieci per cento, da 1,36 per dollaro a 1,20-1,25. Si tratta di due livelli diversi: il primo riguarda il ruolo di valuta di riserva e commerciale del biglietto verde, il secondo l’alto tasso di cambio della moneta unica europea che non aiuta le esportazioni. Ma sono sintomi di una stessa sindrome, dell’illusione di potere manipolare i mercati valutari senza correre rischi seri.I governi di Parigi spesso sono ricorsi alla retorica anti-dollaro quando si sono trovati in difficoltà economiche: lo hanno fatto i presidenti Valéry Giscard d’Estaing, François Mitterrand, Nicolas Sarkozy e ora l’argomentazione è avanzata dall’amministrazione di François Hollande, capo dello Stato con il più basso rating di approvazione popolare della Quinta Repubblica e il più alto tasso di problemi economici e finanziari. L’Eliseo e i ministri francesi hanno argomentazioni serie quando criticano gli Stati Uniti per un uso che considerano arrogante dell’egemonia della loro valuta, sia che si tratti di multare una banca che commette scorrettezze usando dollari, come nel caso recente di Bnp-Paribas, sia che la Federal Reserve (la banca centrale di Washington) sviluppi la politica monetaria senza minimamente tenere conto di quale effetto ha sul resto del mondo (salvo chiedere coordinamenti globali al G20 nei momenti di crisi acuta, come nel 2009). I francesi dimenticano però che l’egemonia del dollaro come valuta di riserva e di utilizzo nei commerci non è decisa a tavolino da un burocrate ma è il risultato delle scelte degli operatori economici, cioè dei mercati che continuano a considerare la moneta americana il punto di riferimento e il rifugio nei momenti difficili. Qualche scambio commerciale in più in euro, in rubli e in renminbi si può fare: ma il dominio del dollaro sembra destinato a restare e, in ogni caso, se declinerà sarà perché i mercati hanno cambiato idea, non perché lo desiderano Putin e Hollande. La retorica in uscita da Parigi, dunque, sembra più che altro motivata da propaganda interna di fronte alle difficoltà politiche: con il risultato di spostare i problemi reali della Francia — la necessità di profonde riforme strutturali — a un altro livello, al vecchio e testato scontro verbale con gli americani e con la finanza anglosassone.
Il richiamo alla Bce affinché indebolisca il cambio dell’euro è forse ancora più insidioso, anche se ha possibilità di successo quasi nulle. È infatti vero che la moneta unica a 1,36 dollari è la ragione principale dei rischi di deflazione (calo dei prezzi e stagnazione) che corrono alcuni Paesi dell’Eurozona, Italia compresa. Ma, con gli strumenti che ha a disposizione, la Banca centrale guidata da Mario Draghi ha ben poche possibilità di intervenire sui cambi: dopo avere annunciato una serie di misure tese a immettere grandi dosi di liquidità nei mercati europei — fatto che dovrebbe indebolire l’euro — la Bce ha visto scendere un po’ il tasso di cambio per poi assistere alla sua risalita ai livelli di oggi. E le aspettative indicano che la valuta europea non si indebolirà: ieri, la banca svizzera Julius Bär la prevedeva attorno a 1,38 per dollaro nei prossimi mesi. Tra l’altro, il governo, la Bundesbank e l’industria della Germania sono convinti che un euro forte faccia bene alle imprese, perché le costringe a diventare più competitive senza ricorrere a svalutazioni: difficilmente accetterebbero un intervento della Bce sui cambi.
L’invito del capo di Airbus Brégier, piuttosto, alimenta le frizioni valutarie internazionali che regolarmente fanno la loro apparizione nei momenti di scarsa brillantezza della crescita. L’Europa — ha detto — «non può essere l’unica zona economica del mondo che non considera la sua valuta come un’arma». Posizione da vecchio mercantilismo nazionalista, di chi vede l’economia globale come una guerra tra blocchi valutari. Foriera di guai, più che di benefici.

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