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L’export fa rotta su Giappone, Usa e Gb

Le vacanze sono finite, e per le imprese è l’ora di preparare la campagna d’autunno sui mercati dell’export. Ma i Brics rallentano, la vecchia Europa è in crisi. Il Nordafrica è alle prese con l’instabilità, l’escalation in Siria si riverbera a cascata su tutto il Medio Oriente, da Istanbul a Riad. Come orientare la nave nei prossimi mesi? Ecco la bussola disegnata da un pool di esperti del settore.
Il primo consiglio è quello di non farsi ingannare dalle etichette facili. Tra le economie mature, per esempio, ce ne sono alcune per nulla asfittiche. Il caso più noto è quello degli Usa: «Gli Stati Uniti sono in rilancio strutturale, non si tratta solo di una fiammata – dice Paolo Guerrieri, ordinario di economia internazionale all’università “La Sapienza” di Roma –. Molto importante il mercato americano, soprattutto per sviluppare alcune nostre produzioni quali i beni di consumo o l’agroalimentare. Gli Stati Uniti stanno esercitando una forza di trazione che si rivelerà molto importante nel dopo-crisi».
Il vecchio leone a stelle e strisce non è l’unico a ruggire: «In Giappone l’export italiano sta andando molto bene, con una crescita che nei primi mesi di questo 2013 era già a due cifre – ricorda Alessandro Terzulli, responsabile Analisi e ricerche economiche di Sace –. Altrettanto in ascesa sono le nostre esportazioni verso la Gran Bretagna, dove i segnali di ripresa per certi versi sembrano migliori di quelli statunitensi».
Così come tra le economie mature ci sono quelle dove vale la pena investire, altrettanto va detto per quelle emergenti. Diffidando di chi sostiene che i Brics siano finiti perché il loro Pil rallenta. Il secondo consiglio, infatti, è quello di diversificare: «Per un esportatore – rincara Guerrieri – è fondamentale mantenere un portafoglio composito. Bisogna tenere le posizioni sui mercati ricchi e “maturi”, ma anche sugli emergenti, dove i consumi sono comunque destinati a crescere, senza andare dietro alle sirene allarmistiche di coloro che sostengono che i Brics stanno crollando. Il mix va bene, perché permette alle aziende di compensare su alcuni mercati quello che perdono su altri».
La crisi siriana apre diversi interrogativi sugli equilibri dei Paesi del Mediterraneo orientale e del Golfo come possibili destinazioni dell’interesse delle nostre imprese. Tansan Burak, partner e managing director del Boston Consulting group, una soluzione però ce l’ha in mente: «È la Turchia: un mercato ideale per riposizionarsi nell’area, perché offre sia prospettive di crescita interna che un accesso a potenziali target una volta raggiunta una nuova stabilità».
Attenzione, infine, a dazi e restrizioni valutarie, il cui peso sul prezzo finale del bene può persino trasformare un’interessante commessa dall’estero in un affare senza margini di guadagno. Alla vigilia del G20 la Commisione Ue aveva lanciato l’allarme su una possibile ripresa delle tentazioni protezionistiche da parte dei Paesi emergenti. «Non credo ci sarà una corsa massiccia – prevede Terzulli –, ma è vero che la fuoriuscita di capitali dagli emergenti crea un deprezzamento delle valute che spinge i Governi verso misure di protezione. In ogni caso i dazi nel mondo permangono, e troppo spesso le aziende se ne sono dimenticate».

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