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L’export bank italiana guarda alla Germania

Le imprese la chiedono, il premier Monti e il ministro Passera parlano di tempi ormai maturi, i modelli esteri di riferimento non mancano. L’export bank di bandiera potrebbe essere più vicina di quanto non si pensi.
Nel Piano nazionale del l’export 2013-2015 presentato a gennaio si parla di un polo di finanza per l’internazionalizzazione all’interno della Cassa depositi e prestiti, dove sono state concentrate – per acquisizione – le competenze di Sace e di Simest. Gli attori protagonisti dunque ci sono. Il fatto è che c’è già anche lo schema di funzionamento: si chiama “Export banca” – nomen omen – ed è una formula grazie alla quale la Cassa ci mette il supporto finanziario, la Sace le garanzie, e le imprese esportatrici italiane possono di fatto usufruire di misure tipiche dell’export finance.
Formalmente, Export banca è una convenzione, rinnovata ogni anno – l’ultimo rinnovo è dell’aprile del 2012 – tra la Cassa depositi e prestiti, la Sace, la Simest e l’Abi. La sua attività precede di molto l’acquisizione di Sace e Simest da parte della Cassa. Risale infatti al 2010, lo stesso anno in cui il presidente Obama puntava sul rilancio dell’export, contribuendo così a invertire il trend al ribasso dell’economia a stelle e strisce. Allora al ministero dell’Economia c’era Tremonti, e la stretta del credito bancario alle imprese cominciava a farsi difficile, complici i tassi troppo alti per accedere ai prestiti. La convenzione invece creava un circolo virtuoso: le banche commerciali riuscivano a erogare il finanziamento grazie alla provvista di capitale a tasso agevolato garantito loro dalla Cdp e assicurato da Sace. E là dove le banche non arrivavano, era la Cassa stessa a fornire il capitale direttamente al l’impresa.
Dopo le farraginosità del primo anno, la “formula” ha cominciato a funzionare meglio, tanto che (si legge nella relazione sui dati preliminari del 2012 della Cassa depositi e prestiti) l’anno scorso la dote della Cdp a sostegno della funzione di export finance è passata da 2 a 4 miliardi euro. Bruscoli, rispetto ai 61 miliardi messi in campo nel 2011 dalla Ipex, l’export bank di Berlino. Spiccioli anche se li si paragona a un contesto emergente, ma scoppiettante, come quello sudcoreano, la cui banca per le esportazioni quest’anno è pronta a stanziare fondi per 68 miliardi di dollari. Ma la direzione è tracciata.
L’acquisizione l’anno scorso di Sace e del 76% di Simest da parte di Cassa depositi e prestiti non ha fatto che oliare ulteriormente il meccanismo. Ora, dicono i ben informati, si tratta di realizzare l’integrazione funzionale, di armonizzare l’offerta. Per dare vita appunto a una Export bank vera e propria.
Per le imprese, si tratta di una marcia in più non da poco. Offrire sui mercati internazionali prodotti o infrastrutture di qualità spesso non basta: molto, nella scelta di chi acquista, incide la capacità di corredare l’offerta con un pacchetto di pagamenti dilazionati a tassi agevolati. Lo sanno bene le imprese tedesche, che spesso hanno successo all’estero proprio grazie a questo plus.
Ed è alla Germania che guarda il Sistema Italia. Un po’ perché è il nostro concorrente più agguerrito. E un po’ perché potrebbe offrirci il modello di riferimento. Ipex, la sua export bank, guarda caso nasce da una costola della Kfw, più o meno una cassa depositi e presti in salsa teutonica. L’operazione di spin off fu chiesta a gran voce dalla Commissione europea, preoccupata di una concorrenza sleale a danno delle imprese del resto del continente per l’appoggio fornito dalla cassa alla aziende tedesche esportatrici. Il commissario Ue per la Concorrenza che mise la firma in calce alla richiesta? Mario Monti, guarda caso tra i migliori sponsor di un’export bank in salsa italiana. Un destino che sembra già scritto.
Un tessuto produttivo come quello italiano, fatto per la stragrande maggioranza di Pmi, meriterebbe poi un canale ad hoc anche sul fronte del finanziamento all’export. I coreani già lo fanno: la Korea EximBank ha al suo interno uno “Sme Support Group”, che metterà a disposizione delle Pmi esportatrici il 45% della cifra disponibile per i finanziamenti.

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