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L’exploit degli industriali

di Fabio Pavesi

La Borsa di Milano? Tutta da buttare a osservare quelle brusche cadute degli indici di Piazza Affari che imperversano da mesi. Qualche episodico rimbalzo non aiuta il popolo degli investitori (grandi e piccoli) a ritrovare fiducia.

Del resto l'indice delle blue chip, il Ftse/Mib segna rosso costante: la perdita a un mese è del 13,6%; da inizio anno del 12%; a 12 mesi del 15% e a tre anni del 37%. Ma la striscia è in perdita di oltre il 50% sia a 5 che a 10 anni. Vista così Piazza Affari è davvero da dimenticare. Ma sarebbe un grave errore ottico. Anche perché ci sono investitori che invece continuano a guadagnare. Impossibile a dirsi guardando l'andamento claudicante degli indice milanesi. E invece è proprio così. La "tempesta perfetta" si è abbattuta prevalentemente sui settori bancario e assicurativo che pesano per oltre il 40% dell'intero listino. È quel rilevante peso specifico dei finanziari che manda ko l'indice delle blue chip.

Quelli che vincono

Quel poco di settore industriale e del made in Italy che residua in Borsa ha vissuto un vero e proprio momento di gloria: e non da ieri. Basta osservare l'andamento sul listino di un titolo come Tod's che nell'ultimo mese di tempesta ha tenuto le posizioni con una piccola performance positiva mentre l'indice è caduto del 13%.

Ma l'exploit vero è di lunga data. Da inizio anno il titolo fa +26%; a un anno il rialzo è del 59%; a tre anni addirittura del 154% e a 5 anni del 52%. Gli investitori in Tod's non hanno praticamente mai perso; inanellando ritorni a doppia se non tripla cifra. E si badi bene di mezzo c'è stata la crisi Lehman. Nessun impatto. Il quadro è analogo per una pattuglia di titoli del listino principale: Campari ha ritorni per gli azionisti positivi, a due e tre cifre, addirittura in tutto il decennio con mercati azionari in oscillazione perenne.

Il titolo Campari a dieci anni (senza dividendi tra l'altro) ha reso uno stratosferico 284 per cento. Altro che lontani dalle Borse. E poi che dire di Pirelli? Uscita dall'immobiliare e abbandonata Telecom, Pirelli è tornata al vecchio business dei pneumatici. Con ottimi risultati. Un +40% a un anno e un +72% a tre anni. Anche Diasorin ha dato grandi soddisfazioni; così come Bulgari premiata dall'Opa Lvmh, ma non solo; e, perché no, la Fiat di Marchionne che ha ritorni positivi a uno, tre e 5 anni. Ma cosa lega questi titoli fra loro? C'è un filo rosso ovviamente. Fiat è stata premiata per la ristrutturazione. Ma la Borsa ha finito, innanzitutto per premiare quelle società che vantano forti vendite sui mercati emergenti, quelli dove la domanda non è mai venuta meno. E se tieni alti i volumi, i margini in genere ti seguono, almeno fino ad oggi. Il che vuol dire che il mercato non ha fatto altro che riconoscere l'incremento di valore del titolo. Ovvio e banale. Prendiamo la Pirelli. Il margine operativo lordo è passato dai 251 milioni del 2008 ai 636 del 2010. E le stime indicano il margine industriale a quota 768 milioni a fine 2011. Per Campari le stime di Equita Sim indicano un Mol a 327 milioni nel 2011, rispetto ai 218 milioni del 2008. Tod's ha visto il risultato operativo salire da 113 milioni nel 2006 a 160 milioni nel 2010. E che dire dell'ultima matricola: quella Ferragamo che quotata a 9 euro si ritrova a 13,4 euro dopo solo un mese. Ferragamo a parte (dovrà dimostrare la tenuta del rialzo con i conti futuri) quando continui a incrementare i ricavi e soprattutto il margine industriale, la Borsa pur nelle difficoltà dello scenario congiunturale e negli affanni per il debito sovrano, non può che apprezzare. Altro che Borsa da dimenticare.

 

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