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L’ex può mantenersi da sé? Niente assegno di divorzio

L’assegno divorzile ha natura esclusivamente assistenziale, è dovuto quando l’ex coniuge-richiedente «non abbia mezzi adeguati» (o non possa procurarseli) e ciò significa, concretamente, che il richiedente, per ottenere l’assegno, non deve essere «economicamente indipendente» in relazione a quattro, precisi, parametri: i redditi posseduti, di qualsiasi specie; il possesso di cespiti patrimoniali, mobiliari e immobiliari; le capacità e possibilità effettive di lavoro personale; la stabile disponibilità di una casa di abitazione. Non più attuale deve ritenersi, invece, l’orientamento che individui nel «tenore di vita matrimoniale» il parametro condizionante e decisivo per il riconoscimento del diritto all’assegno stesso («an debeatur»). È questo il principio enunciato dalla Corte di cassazione, con una grossa svolta rispetto al passato, con la sentenza n. 11504/2017, depositata nei giorni scorsi (si veda ItaliaOggi dell’11 maggio 2017). La Corte ha preso le distanze dalle teorie precedenti argomentando con molteplici riferimenti giurisprudenziali e legislativi questo distacco interpretativo (fra le altre: le norme e la giurisprudenza recente in materia di assegno al figlio maggiorenne «non indipendente», ma anche norme del 2014 sulla possibilità di sciogliere il vincolo davanti all’ufficiale dello stato civile), al fine di sostenere che oggi, più che mai, il divorzio rappresenti un atto di auto-responsabilità, che conduce all’estinzione definitiva del rapporto fra i coniugi sia sul piano personale sia su quello patrimoniale. «Il divorzio segue normalmente la separazione personale ed è frutto di scelte definitive che ineriscono alla dimensione della libertà della persona», scrivono i giudici, «ed implicano per ciò stesso l’accettazione, da parte di ciascuno degli ex coniugi ( ) delle relative conseguenze anche economiche». Principio che, aggiungono gli Ermellini, appartiene ormai «al contesto giuridico europeo, essendo presente in molte legislazioni dei paesi dell’Unione».

Natura dell’assegno divorzile e sorgere dell’obbligo. Previsto dall’art. 5, comma 6, della legge n. 898/70, come modificato dalla legge n. 74/87, l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno, in caso di scioglimento del matrimonio civile, o di cessazione degli effetti civili del matrimonio religioso, sorge quando il coniuge (richiedente) «non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive». A disporlo con la sentenza di divorzio è il Tribunale «tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio». L’obbligo poggia sul dovere costituzionale di solidarietà economica (artt. 2 e 23 Cost.), e più specificamente della cosiddetta «solidarietà post-coniugale»; l’adempimento dello stesso è richiesto a entrambi gli ex coniugi. Si tratta di un assegno esclusivamente assistenziale, in favore dell’ex economicamente più debole, che sorge dunque, ribadiscono i giudici nella sentenza, in relazione alla mancanza di «mezzi adeguati» (e all’impossibilità di procurarseli): il riconoscimento di questo diritto avviene nella prima fase dell’accertamento giudiziale, quella dell’an debeatur (se sia dovuto). È invece nella seconda fase, quella della verifica del quantum debeatur, che avviene l’eventuale determinazione dell’assegno, anche in considerazione («tenuto conto »), ma non in ragione, del rapporto matrimoniale ormai estinto. È dunque (solo) la mancanza di mezzi adeguati e l’impossibilità di procurarseli, e il conseguente dovere di solidarietà economica, che fanno sorgere l’obbligo dell’assegno. Viceversa, la presenza di mezzi adeguati o della possibilità di procurarseli fa venir meno l’obbligo: in carenza di ragioni di solidarietà economica, per la Cassazione, l’eventuale riconoscimento del diritto si risolverebbe in un arricchimento illegittimo.

Adeguatezza dei mezzi e tenore di vita. Ma cosa significa mancanza di mezzi adeguati o impossibilità di procurarsi mezzi adeguati per ragioni oggettive (Art. 5, comma 6 legge 898/70)? In passato, per rispondere a questa domanda, la giurisprudenza ha fatto riferimento proprio al criterio del «tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio» (Cass. Ss.uu. nn. 11490 e 11492 del 29 novembre 1990, confermate, fra le altre, da Cass. 11686/2013 e Cass. 11870/2015). Un parametro secondo i giudici della sentenza in commento «non più attuale». Tale parametro, se applicato nella fase dell’accertamento del diritto (dell’an debeatur), collide, per i giudici, con la natura stessa del divorzio, che punta all’estinzione del rapporto matrimoniale sul piano personale ed economico patrimoniale, a differenza di quanto accade, invece, con la separazione personale, «che lascia in vigore, seppur in forma attenuata, gli obblighi coniugali di cui all’art. 143 c.c.». Tale criterio va invece considerato nella fase successiva, quella della determinazione dell’assegno. Il criterio del tenore di vita, diversamente, realizza una indebita commistione fra le due fasi, ignora che l’assegno è richiesto e dovuto all’ex coniuge ormai considerato «persona singola», e può alimentare una concezione del matrimonio, del divorzio e dell’assegno stesso strumentali alla costituzione di rendite parassitarie e ingiustificate proiezioni patrimoniali, già osteggiate dalla precedente giurisprudenza (Cass. 11490/90).

Il nuovo parametro: l’indipendenza economica. Per la Cassazione odierna, che richiama i lavori preparatori della legge n. 74/87 (che ha modificato l’art. 5 inserendo il riferimento alla mancanza di mezzi adeguati), il giudizio sull’adeguatezza dei mezzi non verte sulle condizioni economiche del soggetto che paga, ma sulle necessità di quello che chiede (ed eventualmente riceve). Peraltro è proprio quest’ultimo che deve provare le condizioni che danno diritto all’assegno. Il nuovo parametro per comprendere se chi chiede l’assegno ha mezzi adeguati o meno è quindi, si legge nella sentenza, l’indipendenza economica. In tal senso depone anche la normativa e giurisprudenza recente in tema di assegno al figlio maggiorenne, spiegano i giudici, il quale ha diritto all’entrata economica quando non sia ancora indipendente economicamente e non ne ha diritto, al contrario, quando lo sia o sia in condizioni di esserlo (Cass. n. 18076/14 che ha escluso l’obbligo verso due ultraquarantenni ancora non indipendenti economicamente): il principio che ne è alla base, in entrambi i casi, è quello dell’autoresponsabilità economica, che «vale certamente anche per l’istituto del divorzio». Gli ermellini indicano poi i principali indici da utilizzare per accertare la sussistenza o meno dell’indipendenza economica e dunque dell’adeguatezza o meno dei mezzi dell’ex che chiede l’assegno: 1) i redditi posseduti, di qualsiasi specie; 2) il possesso di cespiti patrimoniali, mobiliari e immobiliari; 3) le capacità e possibilità effettive di lavoro personale; 4) la stabile disponibilità di una casa di abitazione. Indici nei quali dovrà sostanziarsi l’onere della prova dell’ex coniuge che chiede l’assegno (ferma la prova contraria dell’altro coniuge).

Silvana Saturno

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