Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

L’ex presidente della Bce, il «marziano» che rifiuta il mondo della politica social

Dal primo ministro dell’Interno food-blogger che mostrava ai follower la sua cena, spaghetti con ragù star e Barolo, al primo ministro senza neanche un account social? Mentre Mario Draghi arrivava ieri a Roma in un’auto con i vetri oscurati, avvolto dal riserbo di una vita in fumo di Londra, Matteo Salvini postava su Twitter la foto della figlia di otto anni con cappuccetto rosso e senza pixel: «Buona giornata papà: e il giovedì, con questi occhietti furbi, diventa subito più bello». Il salto nell’intimità domestica dei politici ha frantumato le ultime barriere del pudore. Al punto che fanno ormai tenerezza i vecchi selfie con le fidanzate: Salvini dormiente al fianco della bruna, e per l’alter ego, Di Maio, il bacio plateale con la bionda, residui di un esibizionismo macho-affettivo studiato apposta per presentarsi al grande pubblico come «uno di noi», invece di «uno di loro».

Il Capitano leghista, si sa, è il più avanti di tutti nella corsa al magico mondo alla rovescia della celebrity, nel quale si è bravi se si è famosi, e non viceversa. Con l’aiuto della “Bestia”, la formidabile macchina di propaganda digitale guidata da Luca Morisi, il Matteo con la barba sfiora i sei milioni di follower sulle varie piattaforme, in particolare le più pop come Facebook e Instagram, in cerca dell’effetto Trump. L’altro Matteo, Renzi, arranca molto indietro, e tiene botta solo su Twitter, roba più cerebrale e radical chic, dove posta selfie mentre corre al mattino, cercando l’effetto Obama. Ruspante e in crescita la Meloni, molto impressionista con i suoi video urlati “en plein air”. Ma Salvini è più sperimentatore. Primo politico italiano a sbarcare su TikTok, il social vietato ai minori di 13 anni, ci ha provato perfino su Parler, la piattaforma dei sovranisti trumpiani diventata celebre dopo l’assalto a Capitol Hill: non ha fatto neanche in tempo a iscriversi che già l’avevano chiusa per motivi di ordine pubblico. Senza dire di Giuseppe Conte, l’ex anonimo avvocato del popolo: avendo alle spalle Casalino, uno che il grande fratello orwelliano lo conosce, con le conferenze stampa dei Dpcm raddoppiò l’audience in un solo mese (purtroppo il più brutto per l’Italia, tra marzo e aprile dell’anno passato). Perfino Zingaretti, non esattamente un leone da tastiera, non disdegna di usare Facebook per «fatto personale», e polemizzare con una giornalista che gli aveva dato dell’ologramma.

Online

La politica ormai si fa online sui social

O, peggio, i social fanno la politica

La politica, insomma, ormai si fa sui social. O, peggio, i social fanno la politica. Come se la caverà allora Mario Draghi, col suo stile da sacerdote della moneta, della cui vita personale non si quasi nulla, se non che frequentava il Liceo Massimo, conosceva Magalli e giocava a calcio, o forse a basket?

Il precedente

Mario Monti non aprì un account social fino alla fine dell’esperienza di governo

Intendiamoci, volendo SuperMario potrebbe spaccare. Pure il cognome sembra perfetto per l’engagement dei fan: i “draghetti” già esistono, numerosi ed entusiasti, in rete. L’account ufficiale del Quirinale ha fatto boom (quasi ventimila like) all’annuncio dell’incarico: il pubblico, si sa, è affamato di novità. Né a Draghi manca la capacità di comunicare. Anzi. I banchieri centrali hanno sviluppato negli ultimi anni una strategia meno ieratica del passato nei confronti della comunicazione, e hanno addirittura imparato a usarla come strumento della politica monetaria. In inglese si chiama «forward guidance», e consiste nel dire, o far capire, ciò che intendono fare per orientare o spaventare i mercati. Insomma: a Mario Draghi bastarono tre parole, «whatever it takes», per salvare l’euro (e l’Italia) nel 2012. Sarebbe un twittarolo magnifico, se solo volesse.

Ma è difficile che lo farà. L’ultimo “tecnico” ad arrivare a Palazzo Chigi, Mario Monti ormai dieci anni fa, non aprì un account social fino alla fine dell’esperienza di governo, e cedette solo per varare la sua lista alle elezioni. Però i tempi sono cambiati. La politica è prima empatia, e poi, se va bene, consenso. Se Draghi diventerà premier dovrà inventarsi qualcosa: una sobrietà sì, ma più ruggente, da Anni Venti. Non vorremmo essere nei panni del portavoce.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Anche Mediobanca si allinea al trend generale del credito e presenta risultati di tutto rilievo, bat...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il Gruppo Arvedi rivendica, oltre al completo risanamento di uno dei siti più inquinati d’Italia ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il premier Mario Draghi ha un’idea verde per la siderurgia italiana, che fa leva sui miliardi del ...

Oggi sulla stampa