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L’evasore fra l’incudine legislativa e il martello giurisprudenziale

Il delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte costituisce un rilevante esempio della convergenza di interventi legislativi e indirizzi giurisprudenziali, volti a reprimere con sempre maggiore severità i comportamenti sleali nei confronti del Fisco.

Per quanto riguarda gli interventi legislativi, basta ricordare che la pena della reclusione fino a tre mesi prevista dall’art. 30 del regio decreto n. 1608/1931 è stata via via inasprita fino a giungere oggi alla reclusione da uno a sei anni.

Per parte sua, la giurisprudenza ha, ad esempio, abbandonato la tesi garantista secondo cui il reato verrebbe in esistenza solo ove la condotta fraudolenta sia posta in essere mentre è in atto una procedura di riscossione di imposte (tesi ancora accolta nelle sentenze 9251/2005 e 7600/2006).

Oggi è invece pacifico che siamo di fronte a un reato di mero pericolo e dunque è sufficiente che la procedura di riscossione per una somma superiore ai 50 mila euro si prospetti come possibile, o eventuale. Tanto che la sentenza n. 7682/2017 dichiara addirittura irrilevante la circostanza che la Commissione tributaria provinciale avesse ridotto la pretesa erariale a 35 mila euro, posto che per il contribuente ben poteva configurarsi il pericolo che la benevola sentenza di primo grado venisse riformata in appello. Impostazione che francamente ci appare troppo rigorosa, sembrando preferibile quanto affermato dalla sentenza della Cassazione n. 39187/2015 secondo cui «il profitto del delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, non è configurabile (e non è quindi possibile disporre o mantenere il sequestro funzionale all’ablazione), in caso di annullamento della cartella esattoriale da parte della commissione tributaria, con sentenza anche non definitiva (e di correlato provvedimento di «sgravio» da parte dell’Amministrazione finanziaria).

La giurisprudenza appare, invece, concorde nel ritenere che il reato sussista anche se il contribuente non ha ancora ricevuto alcun avviso di accertamento, ma ha ragioni per temerlo (sentenza n. 25147/2009).

Non solo, la magistratura provvede con sempre maggiore frequenza, ad assicurare il soddisfacimento delle pretese fiscali attraverso il sequestro preventivo dei beni che il contribuente riottoso tenti di sottrarre alla possibile esecuzione; e la misura viene disposta ancorché tali beni siano profitto del reato. Inoltre, come, emerge anche dalle sentenze di cui diamo qui notizia, la Corte di cassazione ritiene, che tali interventi preventivi possano essere giustificati anche sulla base di un mero sospetto (si vedano le sentenze nn. 7177/2017 e 7394/2017).

Né accertamenti penali e sequestri si arrestano a fronte ai vari vincoli (trust, patrimonio familiare) che i contribuenti possono tentare di imporre ai loro beni, allo scopo più o meno evidente di sottrarli alla esecuzione fiscale. Spetta dunque al contribuente dimostrare che questi vincoli sono stati costituiti in epoca non sospetta, o comunque non pregiudicano le ragioni dell’Erario, in quanto il residuo patrimonio del debitore è sufficiente a soddisfare agevolmente tali pretese (si vedano in proposito le sentenze nn. 7682/2017 e 7177/2017).

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