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L’evasione provoca il reato di fallimento

Reato di fallimento determinato da operazioni dolose per il presidente del Cda e il consigliere di amministrazione della società che viene autofinanziata attraverso una sistematica evasione fiscale. La Cassazione con la sentenza 633 conferma la sentenza della Corte di merito che aveva escluso la bancarotta fraudolenta documentale, confermando la condanna per bancarotta impropria (articolo 223 comma 2 della legge fallimentare) per aver cagionato con dolo il fallimento.
Secondo i ricorrenti per far scattare il reato era necessario verificare l’esistenza di un nesso causale tra le condotte contestate e il fallimento, che andava considerato invece come il “naturale” epilogo di una società già in dissesto.
Ma dalle sentenze precedenti risulta una realtà diversa da quella descritta dalla difesa. La Srl fallita era una società molto piccola e priva di debiti che, essendo in liquidazione volontaria, era stata acquisita dai ricorrenti, padre e figlia, e utilizzata per proseguire la loro attività, con un nuovo nome visto che la società di famiglia era in crisi e destinata al fallimento.
La nuova compagine era stata dunque “rilevata” in modo strumentale per proseguire, sin dall’inizio e con premeditazione «la strategia di autofinanziamento mediante sistematica omissione di pagamenti di tributi e oneri previdenziali». Per la Suprema corte non è il caso di discutere di aggravamento di un dissesto o di prosecuzione di attività in una situazione di insolvenza. Nel caso esaminato è stata, infatti, messa in atto la scelta “strategica” di operare sottraendosi agli obblighi di legge, utilizzando un veicolo societario acquisito ad hoc.
I giudici della quinta sezione chiariscono che il fallimento come risultato di operazioni dolose è «un’eccezionale ipotesi di fattispecie a sfondo preterintenzionale».
L’accusa può limitarsi a dimostrare la consapevolezza e la volontà della natura dolosa dell’operazione alla quale segue il dissesto, oltre all’astratta prevedibilità dell’evento come effetto delle azioni “antidoverose”. Per la sussistenza dell’elemento soggettivo non serve però la “prova” della rappresentazione e della volontà del fallimento. E per i giudici non c’è dubbio che gli estesi e protratti inadempimenti fiscali e previdenziali, rendessero, almeno in astratto, prevedibile quanto poi avvenuto.

Patrizia Maciocchi

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