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«L’Eurozona non è in recessione»

«L’Eurozona non è in recessione anche se la ripresa è modesta, debole, perfino fragile e non omogenea». Così il presidente della Bce, Mario Draghi, nel corso di un’intervista trasmessa ieri mattina alla radio francese Europa1, pochi giorni dopo la sua audizione di lunedì al Parlamento europeo. Per l’Eurozona, ha aggiunto il banchiere centrale, «non vediamo rischi di deflazione, ma piuttosto di un’inflazione troppo bassa per un periodo di tempo troppo lungo».
Nella zona euro, l’inflazione è salita allo 0,4% nel mese di agosto, leggermente superiore allo 0,3% toccato a luglio, ma con la diffusa disoccupazione presente nei paesi membri sembra improbabile che a breve si assista a un incremento della domanda di beni e servizi.
Per questo Draghi ha sottolineato come «il rischio principale per l’Eurozona è la disoccupazione, giovanile ma anche generale». Più in generale, ha spiegato, «manca fiducia nel futuro e fra gli Stati membri dell’euro anche mancanza di fiducia nella capacità di resistenza dell’euro, e la dobbiamo combattere». E che quello che serve in poche parole all’Europa sono gli «investimenti, privati e anche pubblici».
Draghi ha anche detto che «la politica monetaria non può da sola fare crescita. Ci devono essere altri tipi di proposte, in primo luogo a livello di riforme strutturali. Possiamo offrire tutto il credito possibile al settore privato ma, se poi, un giovane imprenditore in alcuni Paesi deve aspettare mesi per avere i permessi, le autorizzazioni e quando le ha è sovraccaricato dalle tasse» alla fine «non chiederà credito». Un livello di credito adeguato «è una condizione necessaria ma non è l’unica», ha ribadito Draghi.
«Per questo tutti assieme dobbiamo lottare contro questa mancanza di fiducia». Il primo strumento per farlo «sono gli investimenti, privati ma anche pubblici», ma anche le riforme strutturali: «La risposta migliore alla mancanza di speranza che colpisce milioni di disoccupati in Europa è mettere in atto queste riforme – ha ricordato Draghi – e condurre buone politiche. La politica monetaria farà la sua parte». «C’è una frase che ho detto di recente», a Jackson Hole negli Stati Uniti, ha ricordato Draghi, e cioè che «il rischio di fare troppo poco e più elevato di quello di fare troppo e questo vale anche per le riforme strutturali».
«Molte nazioni, la maggior parte dei Paesi dell’area dell’euro, le ha messe in cantiere e definite. Quello che serve ora è l’azione e ogni Paese ha la sua agenda». Ma le previsioni di crescita dell’area euro non sono incoraggianti, con l’Italia in recessione e la Francia che cresce dello 0,4 per cento.
«La nostra politica monetaria – ha ribadito Draghi – resterà accomodante per un lungo periodo di tempo», mentre quella di altre grandi aree nel mondo tiene conto gradualmente della ripresa in corso e pur non volendo commentare il valore della moneta unica che non è un obiettivo, «al momento il tasso di cambio dell’euro rispecchia le diverse traiettorie» delle politiche monetarie in Europa e in altre aree.
Draghi ha ripetuto che «l’euro è irreversibile» dopo aver ricordato la sua famosa frase detta a Londra di essere pronto a fare tutto quello che serve per preservare la moneta unica. In merito a possibili revisioni dei criteri di Maastricht sul deficit di bilancio, decisi 22 anni fa, Draghi ha affermato che «non sarebbe corretto per me discutere questo tema ma, per la Bce è importante ricordare che le regole ci sono e devono essere applicate e rispettate. Sono già state violate in passato. Il risultato non è stato straordinario e diversi Paesi hanno dovuto affrontare impreparati la crisi».
Chiaro riferimento alla Germania di Gerhard Schroeder e alla Francia di Jacques Chirac che riuscirono a congelare le sanzioni del Patto di stabilità nel 2003. Berlino ne trasse beneficio e varò le riforme sul lavoro Hartz IV, mentre Parigi perse l’occasione dei tempi supplementari.

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