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L’europeista che ha difeso i conti

Le riforme, in primo luogo, per sostenere crescita e occupazione che per il nostro paese restano una «necessità assoluta». Il dramma dei giovani senza lavoro, un vero «assillo quotidiano». L’equilibrio dei conti pubblici, fondamentale per un paese che deve far fronte a un enorme debito pubblico.
L’equità nella direzione di marcia della politica economica, a partire da una redistribuzione del carico fiscale che passi attraverso la lotta senza quartiere all’evasione.

La necessità di affrontare a viso aperto, con azioni mirate, lo storico squilibrio tra Nord e Sud, «perché se non si sviluppa il Mezzogiorno non si sviluppa l’Italia». Il tutto all’interno di un’azione costante di stimolo da condurre in Europa, la nostra «casa comune» al di fuori di inutili e dannosi scontri su alcuni decimali in più o in meno di deficit.
Nei suoi quasi nove anni al Colle, Giorgio Napolitano ha focalizzato interventi pubblici sull’economia, missioni in Italia e all’estero, azioni dirette o di «moral suasion» nei confronti dei cinque governi che si sono succeduti a palazzo Chigi dal 2006 a oggi, avendo come stella polare prima di tutto il ripristino di quel bene prezioso che si chiama fiducia. Valore che si declina con quello della stabilità e del recupero della perduta competitività. Da europeista di lungo corso, Napolitano non ha esitato, soprattutto negli ultimi due anni di permanenza al Quirinale, a spronare Bruxelles al pari delle capitali che contano nel vecchio continente a dirigere con forza i propri sforzi in direzione del sostegno alla crescita e all’occupazione e al rilancio degli investimenti su scala europea. S’impone una svolta, perché l’Europa è nata con ben altre ambizioni rispetto all’eccesso di rigore che frena la ripresa. E la cultura è un fondamentale asset di sviluppo.
Nel pieno della crisi frontale che ha investito l’eurozona, quando si trattava di spegnere l’incendio e di azionare l’estintore, non ha esitato a guidare e condividere passo dopo passo le necessarie politiche di contenimento del deficit. Non vi erano alternative, con lo spread che nel novembre del 2011 aveva raggiunto i 575 punti base. L’emergenza si è materializzata nei numeri che con impressionante progressione si riversavano sulla sua scrivania. L’allarme è scattato quando la disoccupazione giovanile ha superato il 44%. Con questo esercito di senza lavoro non c’è futuro per il paese. Occorre reagire. L’intera costruzione europea rischia di franare. Lo ha detto chiaramente nel suo intervento del 4 febbraio dello scorso anno al Parlamento europeo di Strasburgo, quando ha definito “drammatica” l’impennata della disoccupazione giovanile. Così come non ha mancato di far sentire la sua voce, in molteplici occasioni, per denunciare l’assurda piaga nazionale delle morti bianche sul lavoro.
Alla crisi si reagisce con uno sforzo collettivo, con riforme coraggiose in grado di imprimere finalmente una svolta rispetto a oltre un decennio di stagnazione. Da qui il costante pressing nei confronti del governo (l’attuale come i precedenti) e del Parlamento. Non a caso, uno degli ultimissimi colloqui che ha avuto al Colle prima di chiudere in anticipo il suo secondo mandato è stato con il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, che gli ha illustrato lo stato di avanzamento sia delle riforme istituzionali che di quelle in campo economico e fiscale. In primissimo piano la riforma del lavoro, che Napolitano ha sollecitato e condiviso, ma anche il fondamentale riordino della macchina burocratica e amministrativa.
Napolitano lascia il Colle con questo messaggio, contenuto nel suo recente discorso di fine anno agli italiani: «Credo sia diffuso e dominante l’assillo per le condizioni della nostra economia, per l’arretramento dell’attività produttiva e dei consumi, per il calo del reddito nazionale e del reddito delle famiglie, per l’emergere di gravi fenomeni di degrado ambientale, e soprattutto – questione chiave – per il dilagare della disoccupazione giovanile e per la perdita di posti di lavoro». Non siamo ancora fuori dalla crisi mondiale in cui il paese è precipitato dal 2009. Nemmeno nel 2014 «siamo riusciti a risollevarci». E tuttavia non mancano motivi di ottimismo nel futuro, tra cui la «vitalità e la grande tenacia» del tessuto delle piccole e medie imprese, vera struttura portante del nostro sistema produttivo.
Riforme fondamentali – ha avvertito Napolitano in più occasioni – per ridare dinamismo e competitività alla nostra economia. Fondamentale il ruolo «di tutte le forze sociali». Reiterato l’appello a convergere «verso la realizzazione di obiettivi comuni, di cui è un esempio significativo l’accordo sulla rappresentanza del maggio 2013, sottoscritto per la prima volta da tutte le parti sociali ed al quale ancora si stenta a dare conseguente attuazione».

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