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L’Europarlamento «boccia» le nuove regole sul copyright

La riforma del copyright è rimandata. In teoria a settembre, nei fatti a data da destinarsi. Il Parlamento europeo, riunito in plenaria a Strasburgo, ha respinto ieri (con 318 no, 278 sì, 31 astensioni) l’avvio dei negoziati per la proposta di direttiva sul digital single market, nota più che altro per le sue misure sul diritto d’autore. Il testo verrà discusso alla prossima plenaria, ma i tempi si fanno più risicati: a maggio 2019 si torna alle urne e la proposta rischia di arenarsi su nuove modifiche, senza arrivare neppure a una fase di prima lettura che consentirebbe lo “slittamento” della procedura al parlamento che sarà eletto la prossima primavera.
Il respingimento è stato accolto da un boato, un segnale delle temperatura (e delle frizioni) interne agli stessi gruppi politici. A eccezione del Partito popolare europeo, più sbilanciato per la riforma, la mappa delle votazioni mostra una distribuzione trasversale di sì e no all’interno di Socialdemocratici, Alde e altre formazioni. I voti sfavorevoli dei nostri eurodeputati coprono l’intero arco parlamentare, da Isabella Adinolfi (Cinque stelle) a Mario Borghezio e Mara Bizzotto (Lega) , passando per Elly Schlein e Flavio Zanonato (Possibile, Liberi&Uguali). In Italia è arrivata l’esultanza dei vicepremier Matteo Salvini («Respinto un bavaglio alla Rete e Facebook») e Luigi Di Maio («Segnale chiaro: nessuno si deve permettere di silenziare la rete»). A Strasburgo sono sempre Lega e Cinque stelle a festeggiare.«Questa è una vittoria. Nessuno contesta il diritto degli autori di essere tutelati, ma questa direttiva va discussa ed è quello che faremo a settembre» dice l’europarlamentare Adinolfi (Cinque stelle) al Sole-24Ore, appena uscita dal voto. “Discussa” o affossata, visti i tempi? «Speriamo migliorata – risponde – Sarebbe triste perdere tutto il lavoro fatto finora. Il principio è giusto».
I malumori sulla proposta di direttiva, risalente al 2016, sono stati innescati da due emendamenti approvati dalla Commissione giuridica dell’Europarlamento lo scorso 20 giugno. Il primo, l’articolo 11, prevedeva l’obbligo di retribuire gli editori per i contenuti diffusi dagli operatori di rete (garantendo il diritto di «ottenere una giusta e proporzionata remunerazione per l’uso digitale delle loro pubblicazioni dai provider di informazioni (le piattaforme già citate sopra, ndr)») Il secondo, l’articolo 13, istitutiva quello che è divenuto noto come upload filter: un “filtro” che dovrebbe essere garantito dalle piattaforme online, come Google o YouTube, per bloccare i contenuti protetti da copyright che vengono caricati senza aver concordato una licenza. Tradotto nella pratica, si sarebbe imposto alle aziende Web di «intraprendere, in cooperazione con i detentori dei diritti, misure appropriate e proporzionate che portino alla non disponibilità di lavori o altri argomenti che infrangano il diritto d’autore o diritti correlati». Per il fronte del no, più robusto delle attese, si sarebbe trattato solo del pretesto per avviare una “macchina della censura” a beneficio di editori e produttori, magari sotto la sorveglianza di governi e colossi tech.
Per i deputati favorevoli si parlava invece di misure a tutela della creatività, come antidoto alla proliferazione indiscriminata (e gratuita) di contenuti prodotti dal lavoro intellettuale di altri.
«Dobbiamo difendere la creatività degli europei» ha cercato di ripetere fino all’ultimo Axel Voss, il deputato popolare tedesco che ha firmato la risoluzione. Nel suo mirino ci sono gli stessi «gruppi dell’internetcapitalismo» che hanno fatto sentire il proprio peso sul voto. Su tutti aziende come Facebook Google (che ha scritto alle aziende finanziate con la Digital news initiative) ma anche interlocutori che non ci si aspetterebbe di vedere additati fra le “lobby” del Web. Una fra quelle più bersagliate di commenti è Wikipedia Italia, l’enciclopedia online che ha scioperato contro la direttiva oscurando la sua pagina. «Anche se le enciclopedie non rientrano, bastava leggere» si lamentava già alla vigilia Laura Costa, deputata Pd. Comunque vada se ne parlerà a settembre, anche se diversi parlamentari sembrano scettici all’idea di far approvare una direttiva – quasi – nuova in meno di nove mesi. Wikipedia, nel frattempo, è tornata online.

Alberto Magnani

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