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L’Europa torna nei portafogli dei fondi

«Comprate BTp». Firmato: Bill Gross. Una delle ultime conferme del cambio di umore dei grandi investitori internazionali sul futuro dell’Eurozona è arrivata via Twitter dal fondatore e co-responsabile degli investimenti di Pimco, fondo obbligazionario numero uno al mondo. «Tre anni Italia contro 30 anni Usa. Rischio di credito contro rischio di duration. Classica sfida. Bce contro Fed. Il vincitore: l’Italia», ha scritto il guru dei gestori internazionali lo scorso 16 settembre, qualche giorno dopo l’annuncio della promessa di acquisti illimitati di titoli di Stato a breve termine da parte della Bce. Per i grandi operatori internazionali, che fino ad allora erano stati abituati a messaggi sconfortanti da parte del money manager («stare all’asciutto», aveva detto Gross in estate invitando ad evitare le acque dei paesi periferici in difficoltà), è stata una sorta di messaggio di via libera: dopo mesi di tensioni, l’Europa può tornare (anche se gradualmente) nei portafogli.
A confermare l’avvio di un’inversione di tendenza ora sono i numeri. Secondo l’ultimo sondaggio mensile di Reuters, che raccoglie le scelte di gestione di 61 tra le principali case d’affari mondiali, a settembre l’esposizione dei portfolio globali sull’Europa ha subìto, per la prima volta da maggio, una crescita. L’allocazione obbligazionaria media sui titoli del Vecchio Continente è passata dal 22,6% di agosto al 23,5% di settembre mentre l’esposizione sui Treasury è calata di un punto secco, dal 39 al 38 per cento. Stesso cauto ottimismo anche sul versante azionario: i grandi gestori hanno aumentato la loro quota di equity europeo al 15,6% di settembre dal 12,9% di maggio.
Il cambiamento di opinione più rilevante sull’Europa ha toccato in particolare i gestori americani, tradizionalmente i più scettici sul futuro dell’Eurozona: se si guarda allo specifico delle loro attività, la quota riservata ai bond europei è passata dal 9,5% al 10,9%. Un balzo, questo, che è servito a chiudere almeno in parte le molte posizioni corte che erano state aperte nei mesi di maggio, giugno e luglio, all’apice della crisi dell’Eurozona. «Oggi stiamo assistendo a una fase di riequlibrio che è destinata a durare diversi mesi – spiega uno dei più grandi gestori italiani –, è un cambiamento strategico nella gestione delle asset allocation. Chi prima vedeva nero sull’Europa si è dovuto ricredere ed è corso ai ripari chiudendo le posizioni ribassiste».
Il cambio di umore
A cosa si debba questo ritorno di interesse agli asset quotati in euro è noto. Le parole di Mario Draghi, rassicuranti sull’irreversibilità del progetto Euro, sono state decisive. Così come decisivo è stato l’annuncio del piano illimitato di acquisti, pronto a scattare qualora gli Stati ne richiedano l’attivazione nel rispetto delle condizioni fissate. Non solo. Alle mosse dell’Eurotower si è aggiunto il via libera al fondo salva Stati da parte della Corte costituzionale tedesca, l’ok della Federal Reserve all’acquisto di titoli legati ai mutui per 40 miliardi di dollari al mese, così come la mossa espansiva della Banca centrale giapponese che, a sorpresa, ha allargato il proprio piano di acquisto di attività finanziarie portandolo da 70 mila ad 80 mila miliardi di yen. La sincronia con cui questi “game changer” hanno fatto il loro ingresso sul palcoscenico globale ha di fatto ridotto l’avversione al rischio degli investitori globali, spingendoli a cercare un pick up di rendimento dove possibile.
Le incognite
Per quanto si sia rasserenato, lo scenario non è privo di incognite. Molti investitori si attendono un ritorno delle turbolenze, come si è visto nel corso delle ultime sedute, soprattutto qualora «le notizie macro o eventuali stop sui negoziati di salvataggio dovessero ripresentarsi», spiega Nadege Dufosse, senior asset manager di Dexia Asset Management. Che le tensioni in Eurozona stiano ancora a covare sotto la cenere lo conferma il fatto, ad esempio, che i titoli a due anni di Svizzera e Danimarca offrano ancora rendimenti negativi. Che i governativi di diversi paesi core restituiscano interessi reali (al netto dell’inflazione) sotto zero. O che i Cds dell’Italia – un paradosso ma così è – siano più alti di quella della Colombia o della Romania. Se è vero insomma che il peggio è passato, certo non si può dire che la crisi è finita.

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