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L’Europa soffocata dal rigore così le manovre hanno ridotto il Pil

PROTESTE nelle strade, manifestazioni, scioperi, scontri con le forze dell’ordine in un po’ tutte le capitali europee: da Bruxelles a Lisbona, da Roma a Madrid, ad Atene, a Berlino. La giornata di mobilitazione indetta dalla Confederazione europea dei sindacati ha lasciato il segno nelle piazze e nei palazzi della politica.
Per gli economisti le proteste sono soprattutto la prova che una politica indiscriminata di tagli e rincari choc, anziché diffondere fiducia, si traduce in un boomerang: la stretta a tasse e spese pubbliche produce minore crescita, la minore crescita meno tasse, il deficit di bilancio si aggrava e il giro ricomincia. Negli ultimi due anni, la Grecia che si avvitava nella crisi è stato l’esempio estremo, ma anche più trasparente del circolo vizioso dell’austerità ad ogni costo.
Nel 2010, nel disegnare il percorso di risanamento della finanza pubblica greca, l’Fmi prevedeva che, nel 2011, il deficit di bilancio sarebbe arrivato al 7,3% del prodotto interno lordo, per scendere al 6,2 nel 2012. A metà percorso, nell’estate del 2011, doveva correggersi: il deficit sarebbe stato dell’8 per cento del Pil nel 2011, del 6,9% nel 2012. E’ andata assai peggio: 9,1 nel 2011, almeno 7,5 nel 2012. Cosa è successo? L’economia è avvizzita. Il Fmi pronosticava una pesante recessione (-5%) nel 2011, più lieve nel 2012 (-2%). Ma non una implosione: meno 6,9% nel 2011, meno 6 nel 2012, anzi, probabilmente anche peggio: nel terzo trimestre, il Pil greco si è ulteriormente ridotto del 7,3, prosciugando le risorse del Paese. In queste condizioni, il risanamento è irrealistico. Ma il meccanismo rischia di strangolare Paesi più solidi e robusti della Grecia, a cominciare dall’Italia.
Su lavoce.info, Francesco Giavazzi ricorda che la somma delle manovre di Berlusconi e Monti ha rincarato le tasse per una cifra pari al 4% del Pil. In parallelo, l’economia italiana si è contratta di due punti e mezzo. E di altrettanto si ridurrà nei prossimi due anni, sempre in seguito allo choc fiscale del 2011-2012. La previsione, assai più pessimistica di quella dell’attuale governo, potrebbe però risultare finanche ottimistica, rispetto ad altre valutazioni dell’impatto dell’austerità. In un mea culpa, che ha fatto molto discutere, l’Fmi, nel suo ultimo rapporto, tenta di spiegare perché le valutazioni, ad esempio nel caso greco, siano state così clamorosamente sbagliate. La spiegazione ruota intorno ad un numero (gli economisti lo chiamano “moltiplicatore fiscale”) che è il parametro con cui si calcola l’impatto sull’economia di una riduzione del deficit di bilancio. Nel valutare i programmi di austerità di Grecia e Portogallo, spiega il capoeconomista dell’Fmi, Olivier Blanchard avevamo utilizzato il moltiplicatore standard: 0,5. Ovvero, per 100 euro di stretta fiscale, l’economia si contrae di 50 euro. Ma abbiamo sbagliato, continua Blanchard: non avevamo tenuto conto che, con i tassi già vicini allo zero, la politica monetaria non aveva margini per compensare la stretta fiscale con credito più facile. In più, non avevamo tenuto conto che, se tutti, in Europa, come ora, applicano l’austerità, nessuno può pensare di sostenere l’economia con le esportazioni, perché tutti comprano meno. In realtà, conclude, per capire l’impatto dell’austerità e spiegare l’effetto Grecia (o Portogallo, o Spagna) bisogna utilizzare moltiplicatori più alti: da 0,7 a 1,9. Ovvero, per un taglio di 100 euro, l’economia si contrae, non di 50, ma almeno 70 euro (è, più o meno, quanto sta avvenendo in Italia) ma può arrivare fino a quasi 200.
Il tambureggiare delle polemiche e l’accumularsi dei dati, negli ultimi mesi, ha, peraltro, pian piano incrinato il dogma dell’austerità “tutta, subito e ad ogni costo”. La decisione di concedere due anni di tempo in più, alla Grecia, per il risanamento sembra indicare la consapevolezza più diffusa che colmare i deficit, per quanto necessario, “è una maratona e non uno sprint” (la frase è di Blanchard). E lo stesso allentamento dei vincoli alla Bce per l’intervento sui mercati contraddice la tesi che tutto si riduca ai bilanci in rosso. Tuttavia, in un’Europa sempre prigioniera dei cicli elettorali, non mancano segnali in senso inverso. Nei giorni scorsi, il governo di centrodestra tedesco (che si presenta agli elettori fra meno di un anno) ha varato una nuova stretta che ridurrà il deficit di bilancio del 9%, portandolo in pareggio con tre anni di anticipo sul previsto e negando agli altri paesi dell’euro quell’espansione dei consumi tedeschi che li aiuterebbe a rilanciare le esportazioni.
I risultati sulla crescita cominciano, però, ad essere evidenti, anche al di fuori dei paesi tradizionalmente deboli. Dopo l’Olanda, anche la Francia comincia ad avere il fiato corto, ma, soprattutto, l’ombra lunga del ristagno si allunga sulla Germania. A settembre, gli ordini alle industrie tedesche sono scesi del 3,3%, a ottobre la produzione industriale è calata dell’1,8. Rallenta il volano delle esportazioni che, per quasi due terzi, sono dirette ad un’Europa sempre più povera, ma i cui mercati non sono facili da sostituire. E le industrie esportatrici annunciano che, l’anno prossimo, investiranno meno. Nella giornata della rivolta europea contro l’austerità, non ci sono stati scioperi, ieri, in Germania. Fra un anno, vedremo.

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