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L’Europa: la Cina non è economia di mercato

Si stanno moltiplicando i segnali contro la concessione dello status di economia di mercato alla Cina. In attesa di una presa di posizione da parte della Commissione europea, che dovrà presto dare il via a una deliberazione formale da parte dell’establishment comunitario, ieri il Parlamento europeo ha votato una risoluzione con cui ha preso posizione contro questa possibilità. Da più parti, il mondo imprenditoriale ha salutato il voto con soddisfazione.
È interessante notare che la risoluzione parlamentare è stata approvata ieri a Strasburgo da un ampio ventaglio di forze politiche. Sostenuto dai Popolari (Ppe), dai Socialisti (S&D), dai Liberali (Alde), dai Conservatori (Ecr) e dai Verdi, il testo è stato approvato con 546 sì, 28 no e 77 astenuti. La risoluzione chiede alla Commissione europea di mantenere gli attuali meccanismi anti-dumping e di «opporsi a qualsiasi concessione unilaterale dello status di economia di mercato».
«Con il voto odierno il Parlamento si schiera dalla parte dei produttori e dei lavoratori europei contro la concorrenza sleale», ha detto Lisa Ferrarini, vice presidente di Confindustria. «Questo ottimo risultato lo dobbiamo ai nostri eurodeputati: senza il loro impulso e l’incessante lavoro di questi mesi sarebbe stato impensabile». Ha aggiunto l’associazione industriale AEGIS Europe: «Si tratta di un segnale forte lanciato alla Commissione e al Consiglio perché non concedano lo status alla Cina in modo affrettato».
Il Protocollo firmato nel 2001 e che ha permesso al paese di entrare nell’Organizzazione mondiale del Commercio prevede che alla scadenza di un periodo di 15 anni l’Unione europea debba decidere se e come concedere alla Cina lo status di economia di mercato sulla base di cinque criteri. Tra le altre cose, lo status comporta una riduzione degli strumenti di difesa commerciale in mani comunitarie, proprio mentre su questo fronte la Commissione si sta dotando di strumenti più efficaci.
Di recente, Bruxelles ha annunciato nel settore dell’acciaio la nascita di un nuovo meccanismo di sorveglianza degli importatori non europei, che rimarrà in vigore per quattro anni (si veda Il Sole 24 Ore del 30 aprile). L’iniziativa è giunta mentre la siderurgia europea è minacciata dalla concorrenza aggressiva di molti Paesi emergenti. Nella sostanza, Strasburgo ha chiesto ieri alle autorità comunitarie di continuare a usare «metodologie non standard» nell’imporre dazi alle merci cinesi spesso sussidiate.
Sul caso Cina, la Commissione ha tenuto a inizio anno un primo dibattito nel collegio dei commissari da cui sono emerse tre opzioni: lasciare le cose come stanno; concedere d’emblée lo status; o trovare soluzioni che mitigano l’impatto della concessione dello status. Nel frattempo, è terminata una consultazione pubblica che ha raccolto 5.300 risposte provenienti da aziende, enti pubblici e privati. Sulla questione, una proposta legislativa da parte di Bruxelles deve giungere entro la fine del 2016.
La Commissione deve trovare una sintesi politica e giuridica. Da un lato, la Cina non è solo un aggressivo esportatore; è anche un partner cruciale che l’Europa non vuole e non può inimicarsi. Dall’altro, non è chiaro il margine di manovra giuridico dell’esecutivo comunitario. Mentre la Cina si dice convinta che il Protocollo d’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio impone automaticamente dopo 15 anni la concessione dello status di economia di mercato, l’Unione ha una interpretazione legale meno perentoria.
Forse anche per questa ragione è emerso nella prima discussione tra i commissari a inizio anno il compromesso, ancora oggetto di discussioni e dubbi, di concedere lo status, ma adottando misure che ne ammorbidiscano in qualche modo l’impatto. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno già annunciato che non intendono introdurre cambiamenti legislativi su questo fronte, col rischio di subire da parte di Pechino un ricorso dinanzi alle istanze commerciali internazionali.

Beda Romano

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