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L’Europa ha la meglio sugli Usa

La finanza e l’economia reale spesso viaggiano su binari differenti perché la prima cerca di giocare d’anticipo su quelli che saranno i trend macro e il loro impatto sui bilanci delle aziende quotate, così come sulle emissioni obbligazionarie e sulle materie prime. Una differenza che non può quindi significare eccessiva distanza, almeno nel lungo termine.

Così, al momento di decidere come strutturare o aggiornare i propri portafogli diventa fondamentale avere un occhio attento agli sviluppi futuri dell’economia, avendo come punto di partenza le quotazioni attuali delle asset class.

Ripresa sì, ma lenta. Partendo dai numeri, il 2015 si è chiuso con il prodotto interno lordo dell’Eurozona in crescita dell’1,6% (l’Italia si è fermata a +0,8%), grazie soprattutto alla spinta della domanda interna, sostenuta dal calo dei prezzi delle materie prime e dalle misure messe in campo dalla Banca centrale europea. Tutti fattori che avrebbero dovuto produrre i loro effetti appieno nel corso del 2016, ma lo scenario delle ultime settimane si è deteriorato. Il rallentamento dei Paesi emergenti e la ricaduta in deflazione hanno però spinto la Bce a rivedere le stime sia per il 2016 (con il pil dato in crescita appena dell’1,4%), sia per il 2017 (+1,7%) e il 2018 (+1,8%). L’inflazione è vista a livelli bassi, se non negativi, nei prossimi mesi, per poi risalire nella seconda parte dell’anno e chiudere con una media dello 0,1%. Proprio il carovita è la bussola che orienta le mosse dell’istituto di Francoforte, che per statuto ha il compito di stabilizzare il valore in prossimità del 2%. Un livello che difficilmente sarà raggiunto nei prossimi due anni.

Quanto agli utili aziendali, i dati di bilancio 2015 pubblicati nelle ultime settimane segnalano un generale miglioramento della situazione, anche se più per merito del taglio dei costi, che del recupero di marginalità. Con prospettive di moderato miglioramento per l’anno in corso sulla spinta proprio delle politiche ultra accomodanti garantite dalla Bce.

Multipli sotto la media. Detto dell’economia reale, va sottolineato che lo scenario dei mercati sembra essere peggiore. Per Pictet Am, i titoli azionari globali scambiano a 14 volte gli utili previsti per il 2014, un livello inferiore alla media, che quindi lascia spazio alle rivalutazioni. «Riteniamo che quello europeo sia il mercato migliore alla luce di una ripresa congiunturale resiliente supportata dalle misure di stimolo della Bce, da consumi privati robusti e dalla debolezza dell’euro, che sostiene le esportazioni», indicano gli analisti. Che per ragioni opposte (eccessiva sopravvalutazione rispetto alla media storica) appaiono molto prudenti verso l’equity americano. Un pensiero condiviso da Jeffrey Taylor, responsabile del team azionario Europa di Invesco, che indica la sua preferenza per l’equity del Vecchio Continente proprio alla luce di valutazioni interessanti (dopo la correzione degli ultimi mesi).

Incognita banche. Questo a bocce ferme, in attesa di capire da una parte se le misure adottate dalla Bce il 10 marzo potranno dare una scossa all’economia del Vecchio Continente e dall’altra se non si presenteranno nuove nubi nei mercati internazionali. Di sicuro c’è che questa volta Draghi si è giocato il tutto per tutto, affiancando all’incremento degli acquisti mensili di bond un nuovo programma Tltro che arriva a prevedere tassi negativi per gli istituti di credito che chiedono denaro alla Bce per impiegarlo a vantaggio dell’economia reale. Insomma, le banche potrebbero essere pagate per fare il loro mestiere, cioè prestare denaro.

Proprio il comparto degli istituti di credito resta tuttavia quello più carico di incognite. Perché, se da una parte la Bce ha messo in campo una potenza di fuoco per metterle in condizione di tornare alla normalità, dall’altra parte vi è la vigilanza europea (organismo nel quale pesa la forza della Germania) che impone requisiti patrimoniali sempre più stringenti.

Per Gam la situazione merita di essere seguita con attenzione, ma non ci sono rischi di una nuova crisi sistemica. «Non vediamo alcun indicatore nel settore bancario che possa suggerire alcun evento in arrivo all’interno dell’industria e, tantomeno una crisi», sottolinea il gestore Paul McNamara. Parole di moderata prudenza arrivano anche da Alessandro Fugnoli di Kairos, per il quale valgono le parole di Draghi, che ha più volte insistito negli ultimi giorni «sul fatto che l’economia europea sta vivendo una fase di ripresa, non spettacolare, ma comunque solida». Certo, prosegue, all’orizzonte c’è il referendum su Brexit, «ma è ancora presto per imbastire una campagna di paura».

A sostenere le borse europee potrebbe essere anche la carenza di alternative. Le ultime misure di politica monetaria, ricorda Marco Palacino, managing director per l’Italia di Bny Mellon Investment Management, provocheranno un’ulteriore discesa per i rendimenti dei Bund e degli altri titoli di Stato europei.

Al contempo, l’atteggiamento più accomodante dell’Eurotower aiuterà a contenere anche i rischi di default, favorendo una maggiore propensione verso gli asset più rischiosi.

Certo, non conta solo la politica monetaria. Come fa notare in una recente nota Schroders, occorre che anche i governi nazionali facciano la loro parte, attuando politiche di bilancio favorevoli alla crescita. Un obiettivo che tutti assicurano di condividere, anche se passare dalle parole ai fatti non è semplice, dato che gli elevati debiti pubblici (e l’Italia spicca in negativo su questo fronte) lasciano pochi spazi per le politiche pro-crescita. A meno di non riuscire a tagliare davvero la spesa pubblica, anche a rischio di fare i conti con ricadute negative presso l’opinione pubblica.

Luigi dell’Olio

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