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L’Europa frena, scossa di Draghi Tassi giù e stimoli all’economia

«Avevamo tutti gli strumenti sul tavolo e oggi li abbiamo usati», sostiene il presidente della Bce, Mario Draghi. E ancora una volta il settantaduenne banchiere italiano, che si appresta a lasciare il vertice della Bce a fine ottobre, sostituito dalla francese Christine Lagarde, non delude i mercati, quando annuncia un nuovo sostanzioso pacchetto di stimolo. Il rendimento del Btp decennale segna il minimo storico di 0,749%, per poi chiudere a 0,86%, mentre lo spread sul Bund decennale si riduce a 139 punti, ai minimi da maggio 2018. Ma, avverte Draghi, «da sola la politica monetaria non basta più. Ora tocca alla politica fiscale».

Le nuove misure includono un ulteriore taglio ai tassi di deposito presso la Bce da -0,40 a -0,50%, mentre restano invariati i tassi sulle operazioni di rifinanziamento principali (a zero) e sulle operazioni di rifinanziamento marginali (0,25%); e il riavvio del programma di acquisti di asset per 20 miliardi al mese, a partire da novembre, solo 10 mesi dopo la fine del primo Qe. Con un’altra grande novità: è cambiata anche la forward guidance della Bce. Non figurano più limiti di tempo: il programma «durerà finché necessario» e «terminerà solo poco prima che la Bce alzerà i tassi». Ma l’inflazione dovrà essere «robusta e sufficientemente vicina al target del 2%».

Le altre misure: la Bce continuerà a reinvestire il capitale rimborsato sui titoli in scadenza. Ha allungato le scadenze delle aste di liquidità a favore delle banche per favorire i prestiti a famiglie e imprese (Tltro); ha introdotto un sistema di due livelli per la remunerazione delle riserve, in cui parte della liquidità in eccesso detenuta dalla banche sarà esente dal pagamento di interesse negativo.

Riacquisto titoli

Gli acquisti partiranno da novembre con 20 miliardi al mese e senza data di scadenza

«Siamo stati spinti all’azione da un indebolimento dell’economia nella zona euro più serio del previsto, dal peggioramento delle aspettative sull’inflazione, e dal protrarsi dell’incertezza, con una prevalenza dei rischi al ribasso», spiega Draghi citando fattori geopolitici, in primis le tensioni commerciali. Rispetto a giugno la Bce ha infatti tagliato le stime sul Pil dell’eurozona all’1,1% nel 2019, all’1,2% nel 2020 e all’1,4% nel 2021, mentre l’inflazione è indicata all’1,2% quest’anno, di nuovo giù all’1% nel 2020 e poi all’1,5% nel 2021. «Perciò abbiamo deciso in pieno accordo che era necessario agire ora», precisa il presidente, rivelando un «largo consenso» nel consiglio dei governatori «su tutti gli strumenti utilizzati». Più dibattito, semmai, con «maggiore diversità di opinioni» si è avuto, com’era scontato, sulla ripresa del programma di acquisti di asset. Ma «alla fine il consenso è stato così ampio che non c’è stato bisogno di votare», assicura Draghi difendendo il Qe come «appropriato» contro il rischio di deflazione.

C’è «unanimità», invece, sulla necessità che la politica di bilancio diventi «lo strumento principale» per la crescita. «I governi che dispongono di spazio fiscale dovrebbero agire in modo efficace e tempestivo. I Paesi con un alto debito pubblico devono proseguire politiche prudenti», sostiene Draghi pensando a Germania e Olanda.

I mercati festeggiano. Solo il presidente Usa, Donald Trump, si arrabbia, e torna ad accusare via Twitter l’azione della Bce che «danneggia l’export Usa». Ma Draghi replica: «Il cambio non è un obiettivo».

Giuliana Ferraino

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