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L’Europa frena, mercati in caduta. L’Italia «arretra» fino al 2001

BRUXELLES — Siamo nel 2013, naturalmente, l’anno che secondo tutte le previsioni dovrebbe portare la ripresa già dopo l’estate. Come ha confermato anche ieri la Banca centrale europea. Eppure, l’Europa fa un balzo all’indietro e tocca il punto più basso fin dal lontano 2009, cioè dai tempi del crollo Lehman Brothers: recessione aggravata, crescita ancora negativa in tutti i comparti dall’agricoltura ai servizi, prodotto interno lordo giù dello 0,6% nei 17 Paesi dell’eurozona e nell’ultimo trimestre del 2012 (-0,9% su base annua), scivolone del -0,5% anche per l’Unione Europea a 27 Stati. Insomma, risultati peggiori di quelli che prevedeva solo a novembre la Commissione europea.
Tutto questo lo dicono i dati dell’Eurostat diffusi da Bruxelles, e quelli dei singoli istituti nazionali di statistica. I contraccolpi si vedono subito: le Borse tornano a frenare, l’euro scivola per la prima volta dopo 4 sessioni di riscossa nel suo cambio verso il dollaro (ora è su quota 1,33), e lo spread fra Btp e Bund tedeschi accenna a risalire. L’Italia non fa meglio degli altri Paesi: il suo Pil accentua ancora il calo dopo 18 mesi filati di caduta libera, plana su -0,9% nell’ultimo trimestre 2012 e -2,7% su base annua (-2,2% se si tiene conto dell’effetto del calendario, cioè del giorno in più portato dall’anno bisestile 2012). Peggio di noi, nell’eurozona, fanno Portogallo, Grecia, Cipro: e senza offesa per nessuno, in termini finanziari non è una grande compagnia. Gli archivi confermano: solo nel 2009, anche per Roma, le cose andarono peggio (Pil giù del 2,9%). «Il nostro Paese è tornato indietro di 12 anni», calcola amaramente la Confindustria. Ma nessuno può dirsi contento, nessuno ha di che brindare: non la Francia, che ormai combatte per avere briglie più sciolte da Bruxelles nel contenimento del deficit in rapporto al Pil, e neppure la Germania, che pure si ritrova con un Pil in cabrata del -0,6%. Philipp Roesner, il ministro dell’economia tedesco, assicura che questo dato è «in linea con le nostre attese» e che già nel 2013 Berlino tornerà a un Pil di segno positivo con un buon +0,9%. Anche dall’Italia giungono parole che vogliono essere rassicuranti: grazie alle riforme già avviate, prevede il primo ministro Mario Monti, il Pil tornerà a crescere del 6% entro i prossimi 5 anni, e non c’è motivo di paventare un’altra manovra finanziaria correttiva.
Ma resta la sensazione di qualcosa che sembra sfuggire al controllo delle varie capitali. Il commissario Ue agli affari economici Olli Rehn fa smentire attraverso il suo portavoce di aver mai voluto rivedere certe norme di austerità, e cioè varare un salvacondotto nella riduzione del deficit per qualunque Paese si trovi in grosse difficoltà. Dice che non c’è nulla di nuovo, rispetto al passato. Ma molti leggono diversamente la sua lettera spedita l’altra sera ai i ministri delle finanze: «Se la crescita si deteriora inaspettatamente, un Paese può ricevere altro tempo per correggere il suo deficit in eccesso…».
Ciò che sta accadendo, spiegano a Bruxelles, è che l’onda sempre più lunga della recessione sfugge a certe misure tradizionali di contenimento: e così il logorio protratto dei bilanci pubblici, il crollo dei consumi, probabilmente anche i «danni collaterali» di certi piani estremi di austerità (la Grecia non è mai del tutto guarita) fanno tornare a galla una febbre che tende a cronicizzarsi; e il blocco della crescita economica ne è il sintomo più evidente.
Solo nella seconda metà del 2013, torna a ribadire la Commissione Ue, si vedranno segnali di ripresa. La Bce concorda, parla anche di una ripresa di fiducia dei mercati, ma rileva poi che la situazione dei giovani sul mercato del lavoro è assai peggiorata. E sottolinea ancora la «persistente debolezza economica dell’eurozona». Appuntamento per tutti al 22 febbraio, quando la Commissione diffonderà le sue previsioni aggiornate. E — si spera — un po’ più clementi.

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