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L’Europa fa i conti con un nuovo deficit: l’assenza di fiducia

Un Vecchio continente affaticato, in profonda crisi di identità, che guarda con sfiducia al proprio futuro. È questa l’immagine dell’Europa riflessa negli ultimi indicatori sulla percezione di consumatori e imprese. Mentre sui mercati obbligazionari la situazione si sta lentamente stabilizzando, un altro deficit mina l’economia reale: quello della fiducia. Nei Paesi della periferia, ma anche negli ex “primi della classe” del Nord, costretti a fare i conti con il rallentamento del Pil. A lanciare l’allarme è stata la settimana scorsa l’Ocse, che ha indicato questo senso di scoramento tra i fattori che rischiano di portare a «una nuova rilevante contrazione dell’economia».
A novembre il termometro che misura l’umore dei consumatori italiani ha segnato il punto più basso (84,8 punti) nella storia delle rilevazioni dell’Istat. Sulla stessa lunghezza d’onda sono i cittadini belgi, dove l’indice è a un soffio dai minimi storici degli anni 90. Vanno a braccetto anche la Spagna, alle prese con il difficile risanamento del sistema bancario, e la virtuosa Olanda, dove gli indicatori sono molto vicini al livello più basso di tutti i tempi raggiunto quest’estate. In Francia la temperatura è la stessa di ottobre, al livello minimo degli ultimi tre anni. L’indice peggiora in Svezia per il quarto mese consecutivo e si offusca anche la lente di osservazione dei consumatori tedeschi, con l’indice Zew a -15,7 punti, in peggioramento rispetto a ottobre, seppure ancora molto lontano dal record storico di -63,9 segnato nel luglio 2008. Timidi miglioramenti solo in Finlandia, dove sul termometro torna il segno positivo (1 rispetto a -1,6 di ottobre) e in Gran Bretagna, ma gli indici sono ancora lontani dalla media di lungo periodo. La situazione è peggiore nella Zona euro rispetto all’intera Ue a 27. «I dati – dice Silvio Peruzzo, senior European economist di Nomura – si spiegano con le prospettive cupe per l’occupazione, che mettono a repentaglio le capacità di generare reddito e hanno quindi un impatto sulle aspettative e sui consumi».
Il quadro è a tinte fosche anche per le imprese, ma con qualche piccolo segnale di schiarita in alcuni Paesi. In Italia e Finlandia il livello è ai minimi dal 2009. Nel nostro Paese soffrono soprattutto i settori dei servizi e delle costruzioni, a Helsinki il dato riflette la domanda debole dell’export dei partner commerciali. In forte peggioramento (da -1 a -7) è anche l’indice svedese. Timidi miglioramenti, ma con un andamento a yo-yo durante l’anno, si registrano in Germania, Francia, Olanda e Gran Bretagna, dopo un ottobre all’insegna del pessimismo. In tutti, però, il livello raggiunto è ben lontano dalla media di lungo periodo ed è presto per parlare di inversione di tendenza, perché gli imprenditori interpellati vedono ancora nuvole all’orizzonte su ordini e produzione e lasciano presupporre una stagnazione dell’attività nel 2013.
«Come potremmo aspettarci un miglioramento della fiducia di fronte a un’Europa schiacciata dall’austerity e dai timidi tentativi della Bce di sostenere la crescita?», si domanda Barry Eichengreen, economista americano e docente all’Università di Berkeley in California, che ha dedicato numerosi articoli al “deficit di fiducia europeo”. «Questi fattori – spiega – invece di portare a un miglioramento del clima dell’economia stanno aumentando il rischio di recessione». Il profondo scoramento che si legge in controluce è soprattutto una mancanza di fiducia dell’Europa in se stessa. «La Ue – osserva il direttore generale del Censis, Giuseppe Roma – è una comunità pigra nel cambiamento, frenata dagli egoismi nazionali e dalla necessità di raggiungere il compromesso. I suoi fondamentali economici sono solidi, ma deve ritrovare la propria identità. Perché, com’è successo per gli investitori, è caduta la fiducia di cittadini e imprese nei confronti del sistema istituzionale. È da qui che bisogna ripartire, tornando a una cultura più legata alla rappresentanza».
Le prospettive per il 2013 appaiono tutt’altro che rosee. «Sarà un anno difficile – afferma Giulio Sapelli, docente di Economia all’Università Statale di Milano – caratterizzato da sofferenze sociali: sta nascendo un senso di anomia, di perdita di valori che colpisce i cittadini europei, in seguito al sogno infranto di un’Europa frantumata dalla politica economica di ispirazione tedesca che ora si sta avvicinando all’iceberg». Secondo l’economista i contraccolpi avranno una forte eco sul tessuto sociale, dove «non ci saranno autunni caldi, ma una microconflittualità persistente».
Per ritrovare la rotta perduta, conclude Peruzzo, la Ue deve dunque compiere una virata in direzione dell’economia reale. «Finora – spiega – i leader si sono concentrati sul rafforzamento delle fondamenta per spegnere l’incendio che si è abbattutto sull’euro. Questi passi avanti, però, non bastano». Per ridare linfa alla fiducia delle imprese servono «nuove formule di credito più flessibili, sull’esempio della Banca d’Inghilterra, con la possibilità di attingere a finanziamenti, a condizione che vengano subito canalizzati». Per le famiglie e i consumatori la parola d’ordine per ridare fiducia è occupazione. «Se la crisi – conclude Peruzzo – impedisce di utilizzare la leva della spesa pubblica bisogna spingere l’acceleratore sulle riforme strutturali, soprattutto nei Paesi periferici. Quelli del Nord, come Germania e Finlandia, possono invece osare un taglio delle tasse per rilanciare la domanda interna».

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