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E l’Europa divisa cerca la strada per tassare i giganti della Rete

Anche in Europa si lavora ad una web tax capace di mordere i polpacci ai giganti della Rete, costringendoli a pagare (tutte) le tasse nei Paesi in cui fanno affari.
Su spinta di Italia, Francia, Germania e Spagna da settembre la Commissione Ue lavora a un testo da proporre ai ministri delle Finanze dell’Unione entro primavera. Solo una soluzione continentale potrebbe essere davvero efficace chiudendo le scappatoie lasciate aperte da una serie di normative nazionali diverse, con i Paesi che praticano dumping fiscale capaci di sottrarre soldi e posti di lavoro agli altri grazie ad accordi su misura (tax ruling) con le multinazionali di internet. Il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici, recentemente di fronte al Parlamento europeo ha spiegato che la soluzione per mettere in riga Google, Facebook, Apple, Airbnb e gli altri giganti a stelle e strisce potrebbe essere quella di estendere la base imponibile unica prevista per le multinazionali anche alle aziende digitali. Ma resta sul tavolo l’ipotesi avanzata dai quattro maggiori Paesi europei di una tassa sul fatturato, poi ammorbidita con l’idea di far pagare l’Iva sulle transazioni e le tasse sui profitti. L’obiettivo di Bruxelles e delle capitali alleate sulla web tax è di arrivare a un accordo entro il 2018, ma non sarà facile. Innanzitutto i partner hanno deciso di aspettare le proposte che l’Ocse avanzerà nei primi mesi dell’anno per un accordo globale a livello di G20.
Ma se l’iniziativa internazionale non andrà a buon fine, come probabile, allora a primavera arriverà il testo della Commissione per una tassa continentale che poi dovrà essere approvata dai governi. E qui sta il problema, visto che a frenare sono in molti. Alle ultime riunioni in cui si è parlato del balzello erano una ventina le capitali favorevoli, ma resisteva una minoranza di governi capaci di bloccare ogni decisione visto che sul fisco in Europa si va avanti solo all’unanimità: capofila del fronte del «no» i Paesi che stringono accordi con le multinazionali della Rete, vantaggiosi per le aziende che pagano poche tasse in un solo Stato e non nel resto d’Europa e per quello stesso Stato, che si assicura un gettito fisso e spesso i quartier generali europei delle imprese più grandi del globo. Tra questi, Lussemburgo, Irlanda, Olanda e Malta. Così già si ipotizza che nel 2018, dopo che Bruxelles avrà messo il suo testo sul tavolo, si possa arrivare alla rottura con la maggioranza pronta ad andare avanti con una cooperazione rafforzata sulla web tax, un po’ come con l’euro, aggirando il blocco degli altri. Una mossa politicamente forte, ma che potrebbe lasciare falle nel sistema Ue sfruttabili dai tax rulinig. Per questo c’è chi immagina che i grandi governi possano spingere per attivare le “passarelle” previste dal Trattato di Lisbona e togliere l’unanimità dal fisco in modo da costringere anche le capitali contrarie ad applicare la tassa europea sul web. Ma non sarà facile. Le aziende digitali producono beni immateriali, difficilmente tassabili su base territoriale e spesso non hanno sedi significative in ogni Paese. A questo si aggiungono gli accordi fiscali. Intanto, fino a quando non si arriverà alla tassa europea, la Commissione Ue è impegnata a smantellare i singoli tax ruling e a far restituire i soldi al fisco dei Paesi che avevano permesso gli sconti, un modo per ripristinare almeno il corretto funzionamento della concorrenza.
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