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L’Europa dà più tempo all’Italia «Ma servono sforzi aggiuntivi»

La Commissione europea in scadenza ha inviato «raccomandazioni» prudenti e generiche al governo italiano, apprezzando le sue riforme e chiedendo di rafforzarle insieme all’impegno nella riduzione dell’indebitamento. Ma ha rinviato all’autunno la decisione su se aprire una procedura per «squilibri macroeconomici eccessivi» (per l’altissimo debito pubblico) e sulla richiesta di slittamento del pareggio di bilancio al 2016. Il governo Renzi ha così ottenuto un po’ di tempo per stimolare la crescita e l’occupazione con le sue misure, nonostante l’analisi di Bruxelles non nasconda vari problemi strutturali nelle politiche di bilancio e nell’economia italiana. 
Il commissario per gli Affari economici, il finlandese Olli Rehn, ha sottolineato che «rinviare il raggiungimento degli obiettivi di medio termine non pone l’Italia in buona posizione relativamente alle regole sottoscritte». E che il governo deve mantenere la linea del consolidamento di bilancio affrontando «il problema dell’altissimo debito pubblico con sforzi strutturali adeguati» perché resta «la causa principale di vulnerabilità» e di freno al rilancio della crescita e dell’occupazione.
Rehn ha espresso fiducia nell’attuazione delle «misure decise» a Roma, specificando che «ne devono essere introdotte di nuove, se necessario». Ha smentito la richiesta immediata di manovra correttiva per alcuni miliardi, dedotta dalle solite indiscrezioni su bozze di euroburocrati (anche stavolta modificate nel livello decisionale dei commissari). Rehn ha definito «molto fragile» la ripresa in Italia e ricordato l’attenuazione «automatica» degli impegni in caso di ritorno in recessione.
Nelle «raccomandazioni» emergono specifiche preoccupazioni. Lo scenario macroeconomico, su cui si fondano le previsioni di bilancio, viene definito «ottimistico». Si ricorda che l’aggiustamento strutturale del debito nel 2014 è indicato nello 0,1% (rispetto al richiesto 0,7%). Il conseguimento degli obiettivi di bilancio, dal 2015, non è giustificato da «misure sufficientemente dettagliate». È necessario «aumentare l’intensità delle riforme per sostenere la crescita e l’occupazione». Servono «misure decisive» per combattere l’evasione fiscale e altre «aggiuntive» contro il lavoro nero e l’economia sommersa. Va migliorata l’efficienza del fisco semplificando le procedure. Va monitorato l’effetto del taglio del cuneo fiscale nel 2014 spostando «ulteriormente» la tassazione dal lavoro verso i consumi, i beni immobili e le attività inquinanti. Un serio allarme arriva per «l’aumento della povertà e dell’esclusione sociale, che colpisce soprattutto le famiglie con figli». Anche perché la spesa sociale è insufficiente e male orientata per contrastare il dilagante impoverimento.
È urgente «un maggiore coordinamento e una ripartizione più efficiente delle competenze tra i vari livelli di governo». La deficitaria gestione dei fondi Ue precede il richiamo sulla corruzione, che «continua a pesare in modo significativo sul sistema produttivo dell’Italia e sulla fiducia nel sistema politico e istituzionale». Vanno ridotti i tassi di abbandono della scuola. Va rafforzato il sistema bancario a causa dell’aumento dei crediti inesigibili. La scarsità di prestiti impone di «promuovere l’accesso delle imprese piccole e medie ai finanziamenti non bancari».
Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha replicato rassicurando Bruxelles sul contenimento del debito grazie a minori spese e maggiori introiti. E ha manifestato fiducia nel rispetto degli obiettivi indicati dal Programma di stabilità e nel poter attuare le riforme strutturali.
Le «raccomandazioni» della Commissione costituiscono comunque una proposta. Saranno i governi a decidere, in un momento di ampio dibattito e forti divisioni sulla linea del rigore finanziario. A Berlino il portavoce della cancelliera Angela Merkel ha ribadito l’importanza di rispettare il patto Ue di Stabilità e crescita. Ma il suo ministro degli Affari europei Michael Roth ha aperto a maggiore flessibilità perché «altrimenti i Paesi indebitati non potranno più investire nel loro futuro».

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