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L’Europa cambi passo: la Bce non resti sola

Una crisi eccezionale richiede l’adozione di misure eccezionali. La Banca centrale europea ha capito al meglio questo concetto. I governi dell’area euro meno. E dopo le ultime azioni della Bce, la pressione intorno agli esecutivi si è fatta sempre più pesante. Discorso analogo per la Commissione europea guidata da Jean-Claude Juncker. C’è il bisogno cruciale di un’azione corale. E in quest’ottica la spesa del budget europeo 2014-2020, che vale circa 1.000 miliardi di euro, dovrà essere mirata a rivitalizzare domanda interna e investimenti. 
Misure
L’impegno della Bce a preservare l’integrità dell’eurozona si è visto fin dalla prima settimana di Draghi a Francoforte. Insediatosi il 1 novembre 2011, due giorni dopo ha tagliato i tre tassi principali (rifinanziamento, marginal lending facility, depositi) di 25 punti base. Un segnale in controtendenza rispetto alle ultime decisioni di politica monetaria adottate dal suo predecessore, Jean-Claude Trichet, che aveva alzato i tassi in aprile e in luglio. Colpa del deterioramento della fiducia intorno alla periferia della zona euro. Eppure, non è bastato.
Nel dicembre 2011 Draghi ha lanciato due operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Long term refinancing operation, o Ltro), per un controvalore di 1.089 miliardi di euro. Soldi che, nella periferia dell’area euro, sono serviti a sostenere le aste primarie di titoli di Stato nella fase più acuta della crisi. Ma non hanno avuto un impatto sul rilancio dell’economia. Infatti, fra il 2007 e il 2013, secondo i dati della Bce, gli investimenti nel settore pubblico e in quello privato nell’area euro si sono contratti del 20 per cento.
Poi ci sono state le Outright monetary transaction (Omt), ovvero il programma di acquisti di bond governativi dietro condizionalità. Invece che agire in modo pratico, le Omt hanno lavorato sulle aspettative. E il loro compito è stato funzionale a migliorare la credibilità della banca centrale guidata da Draghi. Il contributo all’abbassamento dei rendimenti dei titoli di Stato è stato significativo per tutta l’eurozona. Non solo.
Liquidità
Infine, gli ultimi due strumenti. Da un lato, le Targeted longer-term refinancing operation (aste di rifinanziamento a lungo termine mirate, o Tltro), che potranno fornire alle banche della zona euro liquidità per un massimo di 1.000 miliardi di euro. Soldi che dovrebbero finire nell’economia reale. Il condizionale è d’obbligo, dato che senza un supporto da parte dei governi e della Commissione la sfida potrebbe essere insormontabile. «Se non riusciamo a rilanciare gli investimenti, indeboliremo l’economia nel breve termine e ne comprometteremo le prospettive di lungo periodo», ha ricordato Draghi.
Dall’altro, l’annuncio dell’acquisto di covered bond, Asset-backed security (titoli cartolarizzati, o Abs) e Residential mortgage-backed security (mutui cartolarizzati, o Rmbs). Sebbene i dettagli debbano essere ancora diramati — lo saranno a inizio ottobre —, le stime parlano di un intervento fino a 1.000 miliardi di euro. Il tutto, dopo la più grande operazione trasparenza in ambito bancario, l’Asset quality review (Aqr), che sta monitorando nel dettaglio cosa c’è nella pancia degli istituti di credito dell’eurozona.
Nel complesso, in quasi due anni, Draghi ha tagliato il costo del denaro sette volte. Per fare un paragone, nel periodo fra il 2003 e il 2011, Trichet ha ribassato i tassi nove volte. Draghi ha portato il tasso di rifinanziamento dall’1,50% dell’ottobre 2011 all’attuale 0,05% del settembre 2014. Ma, ancora più importante, ha abbassato il tasso sui depositi che le banche hanno presso la Bce, dallo 0,75% dell’ottobre 2011 al -0,20% del settembre 2014.
Le armi non convenzionali, per ora, non sono destinate a essere ritirate.
La palla ora è in mano ai governi. Durante il suo discorso dal simposio di Jackson Hole, così come durante l’Eurofi financial forum della scorsa settimana, Draghi ha parlato dello sforzo che deve essere fatto dai governi, dopo le iniziative della Bce. Da un lato l’implementazione delle riforme strutturali da parte degli esecutivi meno virtuosi. Dall’altra la focalizzazione della Commissione, tramite il budget 2014-2020, a iniziative in grado di sostenere crescita e investimenti.
Non è un caso che Draghi abbia espresso pieno apprezzamento per il pacchetto da 300 miliardi di euro annunciato due mesi fa dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker.
Dalle parole, tuttavia, bisogna passare ai fatti. Ed è per questo che Donald Tusk, il nuovo presidente del Consiglio Ue, ha rilanciato la proposta del ministro polacco Mateusz Szczurek, che ha proposto investimenti a pioggia per 700 miliardi di euro nel prossimi cinque anni. Szczurek ha parlato di New Deal europeo, usando concetti analoghi a quelli dell’ex presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy, nel 2012.
I risultati di allora? Troppo modesti per essere significativi.
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