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L’Europa batte Wall Street (per ora)

di Alberto Ronchetti

Strategicamente sovrappesati, perché i prezzi sono davvero stracciati. Ma tatticamente prudenti, perché i rischi sulla tenuta dell'euro restano e condizionano i mercati finanziari globali. È questo, in sintesi, l'atteggiamento dei grandi gestori internazionali rispetto all'asset class azionaria. Ma, scendendo più nel dettaglio, quali sono le migliori scelte a livello geografico? Cioè, considerando le prospettive macroeconomiche e le valutazioni di mercato, dove conviene andare a cercare i cavalli sui quali investire?
Anche qui le idee sono abbastanza chiare, almeno se si ragiona a livello macro e sul medio-lungo periodo. Wall Street è certamente un mercato interessante, perché l'economia Usa offre chiari segnali di ripresa (vedi, per un inquadramento generale di analisi tecnica sul tema, l'articolo a pagina 28). Lo stesso ragionamento vale per i mercati emergenti, dove il progressivo venir meno delle tensioni inflattive ha consentito alle banche centrali di avviare politiche più espansive e quindi di reindirizzare le economie domestiche sul sentiero della crescita. Da evitare invece – in chiave strategica – i valori europei, dove la recessione morde e il rischio di esplosione della moneta unica rappresenta un problema non da poco.
Ragionamenti assolutamente validi, giusti per i portafogli a medio-lungo termine (almeno sei mesi-un anno di durata). Ma, se guardiamo al breve, le cose sono un po' diverse. In termini di parametri valutativi (dal Price earning prospettico al Dividend yield) l'Europa è decisamente più conveniente rispetto a Usa e Giappone, ed è in linea con gli emergenti. D'altra parte non è un caso se – secondo una ricerca di Morgan Stanley – dall'inizio di gennaio a oggi il Dow Jones è cresciuto un po' meno del 5%, mentre lo Stoxx 50 ha guadagnato quasi l'8 per cento.
Un ragionamento generale, basato sull'osservazione dei grafici e sulle prospettive cicliche, indica che il primo semestre del 2012 sarà probabilmente migliore del secondo e che, in questo periodo, l'Europa dovrebbe fare nettamente meglio di altre aree geografiche.
In termini di redditività però, e questo è un buon indicatore per il lungo periodo, le aziende quotate americane mostrano oggi il miglior margine operativo, con un incremento costante negli ultimi anni (il 10,4% medio annuo dal 1995 a oggi).
L'area peggio messa, da un punto di vista reddituale, è il Giappone, mentre i profitti delle quotate europee sono i più volatili e quelli delle aziende emerging sono di tutto rispetto: dopo la crisi asiatica del 1999 i profitti netti dei mercati azionari emergenti hanno registrato il miglior incremento globale.
In termini di rating creditizio, poi, sempre secondo la ricerca di Morgan Stanley, Giappone e Stati Uniti sono le aree geografiche più forti, mentre gli emerging markets sono i più deboli e l'Europa risulta in mezzo fra i due estremi. Però c'è anche da aggiungere che la crescita degli utili per azione – funzione diretta dello sviluppo economico – prevista a dieci e vent'anni, misurata in valuta locale, vede al primo posto gli emergenti, seguiti da Usa, Europa e, buon ultimo, Giappone. Una statistica, quest'ultima, che certifica gli emergenti e l'Europa comunque meno "volatili" nello sviluppo previsto.
I mercati azionari, soprattutto quelli emergenti, restano quindi i preferiti dai gestori globali in questo periodo. «La politica monetaria cinese non è più avversa, i politici americani sembrano aver deciso di evitare ogni blocco in vista delle elezioni di novembre e la liquidità in Europa è sensibilmente migliorata con l'implementazione della linea di credito a tre anni – osservano gli analisti di Carmignac Gestion –. Per questo abbiamo adottato un posizionamento più aggressivo in questo inizio 2012. Questi notevoli sblocchi lasceranno spazio alle valutazioni di mercato di salire a un livello equilibrato e ci hanno indotto a incrementare il livello di esposizione azionaria nell'ambito della nostra gestione globale, con una preferenza per gli emergenti».

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