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L’Europa all’attacco di Google maxi multa da 4,3 miliardi

È la multa più salata mai comminata dalla Commissione europea: Google dovrà pagare 4,3 miliardi di euro per abuso di posizione dominante messa in atto attraverso il sistema operativo Android. Il colosso di Mountain View ha annunciato ricorso presso la Corte di giustizia. Esattamente come un anno fa, quando si vide dare l’allora più alta, oggi la seconda, sanzione Ue di tutti i tempi: 2,4 miliardi per pratiche scorrette legate a Google Shopping. Ma la casa fondata da Larry Page e Sergei Brin ora ha 90 giorni di tempo per mettere fine alla restrizione della concorrenza individuata dal capo dell’Antitrust Ue, Margrethe Vestager. Altrimenti rischierà multe aggiuntive fino al 5% del suo fatturato, ovvero 12 milioni per ogni giorno trascorso senza avere messo in campo rimedi appropriati.
Android è il sistema operativo installato nell’ 80% degli smartphone del pianeta, dal 2007 vitale per permettere a Google di mantenere il dominio sui mercati nell’era in cui le ricerche in rete si sono spostate dai computer fissi ai cellulari. Vestager ha spiegato che «il caso riguarda tre tipi di restrizioni che l’azienda ha imposto a produttori e operatori di rete per assicurarsi che il loro traffico andasse verso il motore di ricerca di Google». Per Bruxelles Mountain View ha illegalmente imposto ai produttori degli apparecchi Android di pre-installare l’app di Google Search e il browser Chrome per usare la sua tecnologia. Insomma, ha usato Android «come veicolo per consolidare il dominio del suo motore di ricerca » anche nella telefonia mobile.
La decisione Ue potenzialmente concede meno controllo a Google nella distribuzione dei prodotti e apre possibilità per i rivali. Google installa Android e i suoi aggiornamenti gratis, coprendo i costi della tecnologia attraverso i ricavi per l’utilizzo da parte degli utenti dei suoi servizi. Non a caso l’azienda ha minacciato di rivalersi sui consumatori: «Finora il modello di business di Android è stato progettato in modo da non dover far pagare per la nostra tecnologia – affermava ieri l’Ad Sundar Pichai – ma siamo preoccupati che la decisione mandi un segnale preoccupante a favore di sistemi proprietari rispetto alle piattaforme aperte».
Il gigante a stelle e strisce ha poi respinto gli addebiti negando di avere imposto l’installazione dei suoi servizi, accusando Bruxelles di avere sottovalutato la concorrenza di Ios, il sistema operativo di Apple, e di non aver preso in considerazione la possibilità per i consumatori di ignorare facilmente le app pre-installate scaricando quelle delle altre case.
La Commissione ora difenderà la sua decisione di fronte alla Corte di giustizia, dove non ha mai perso un caso di concorrenza. L’indagine dell’Antitrust Ue era partita nel 2013 dopo 14 denunce avanzate, tra gli altri, da Microsoft, Oracle e Nokia. Bruxelles è ormai impegnata in una battaglia campale per far rispettare alle aziende digitali americane le stesse regole che valgono per l’industria tradizionale. Non solo sul fronte della concorrenza, dove le prime cinque multe più alte della storia Ue sono state comminate appunto a Google, Intel, Qualcomm e Microsoft. Basti pensare ai negoziati tra governi per lanciare la web tax, strumento per far pagare le tasse ai giganti della rete nei paesi dove guadagnano. Oppure alla battaglia al Parlamento europeo per costringere Google e Facebook a riconoscere un giusto compenso agli editori per i contenuti che abitualmente usano e grazie ai quali guadagnano in pubblicità e raccolta dati.

Alberto D’Argenio

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