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“L’Europa adesso cambi passo o finirà di nuovo nel baratro”

« L’Unione europea ha superato la prova forse più difficile della sua esistenza». Il sollievo è palpabile nelle parole del presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, socialista e tedesco. Che però rivendica anche la necessità di «un cambio di passo» e di rifondare l’unione monetaria mettendo il Parlamento come motore del governo condiviso dell’economia.
Presidente, è soddisfatto dell’accordo raggiunto?
«Sono soddisfatto che si sia riusciti ad allontanare l’Europa dal baratro. Non saremo mai dovuti arrivare a questo punto, ma l’accordo ha respinto il rischio Grexit e difeso l’integrità della zona euro. Ora bisogna utilizzare il tempo ottenuto per evitare che in qualche mese non ci si trovi nuovamente sull’orlo del precipizio. Questo accordo dev’essere considerato come un punto di partenza. Nell’immediato è importante che tutti lo facciano proprio. Finora ho notato resistenze da entrambe le parti. Poi è anche chiaro che abbiamo bisogno di un cambio di passo importante perché un’Europa che si limita ad “evitare il peggio” non va lontano. Abbiamo la possibilità e il bisogno di costruire una governance più democratica per l’eurozona».
Lei si è battuto molto per evitare un’uscita della Grecia dall’euro. Ma anche per invitare i greci a votare “sì” al referendum. Pentito?
«Per niente. Personalmente, ho sempre difeso l’integrità dell’eurozona. Certo, durante il referendum mi sono esposto, ma semplicemente per sottolineare che con un “no”, la posizione negoziale della Grecia non sarebbe stata rafforzata».
Ma non sarebbe stato meglio per i greci lasciare l’euro e ristrutturare il debito?
«Ho letto tanti pareri, di economisti e analisti più o meno illustri, che sostenevano con convinzione che Grexit avrebbe avuto un impatto marginale e che anzi avrebbe aiutato tutti rendendo quel che rimaneva dell’eurozona più forte, e la Grecia più competitiva. Rinnego fermamente questa tesi: la rinnego politicamente, economicamente e socialmente. L’euro è il simbolo dell’unione ed è un progetto politico. Chi vuole la “reversibilità” dell’euro gioca con il destino dei cittadini di tutta l’unione monetaria. La Grecia e l’eurozona pagherebbero un prezzo altissimo per l’incertezza introdotta, il possibile effetto domino sui mercati si presentiva già in prossimità del voto sul referendum».
E che cosa aspetta adesso la Grecia?
«Non dobbiamo negare la difficoltà della situazione in cui si trova la Grecia. E nessuno dovrebbe negare gli sforzi fatti dai greci in questi anni. Chi alimenta gli stereotipi su greci, tedeschi, o qualsiasi altra nazionalità, crea solo danni. Credo che la Grecia abbia ora bisogno di stabilità e riforme. L’incertezza ha minato la fiducia di tutti».
Però i termini dell’intesa sono chiaramente punitivi e tradiscono una totale mancanza di fiducia nel governo greco. Ci può essere solidarietà senza fiducia?
«L’accordo prevede riforme che sono necessarie per un’economia greca competitiva, trasparente e sostenibile per il futuro della Grecia. Le riforme sono mancate per troppo tempo ed è per questo che c’è una lista di riforme cosi lunga: non perché ci sia un sentimento di rivalsa. La mancanza di fiducia è reale ed è un problema che dev’essere risolto presto. In mancanza di un vero governo economico per l’eurozona, l’unione economica e monetaria doveva essere sostenuta da due principi: regole e fiducia. La crisi economica in Grecia e la mancanza di attuazione di riforme ha minato entrambi. La stretta sorveglianza prevista dall’accordo è tale perché riflette fino a che punto solidarietà e fiducia si sono assottigliate e quanto lavoro è necessario per ricostruirle ».
Tutta colpa dei greci? E gli europei?
«E’ anche vero che le istituzioni chiamate a risolvere la crisi, Consigli europei e eurogruppi, hanno dimostrato la loro debolezza strutturale. Le posizioni nazionali hanno preso il sopravvento e questo ha ulteriormente minato la fiducia. La risposta all’acuirsi della crisi di questi giorni è avanzare con rapidità per costruire una vera Europa politica ed economica, per evitare che siano gli interessi nazionali a tenere sotto scacco il progetto europeo. Questo lo ha anche sottolineato il Presidente Draghi ieri».
La crisi greca ha evidenziato anche un problema di democrazia. Può un popolo di dieci milioni di abitanti pretendere di cambiare le regole di una comunità di oltre 300 milioni?
«Questa era una delle contraddizioni che avevo sottolineato durante la campagna per il referendum. L’eurozona è composta di 19 democrazie: non una contro 18 e nemmeno 18 contro una. La soluzione può essere trovata soltanto lavorando congiuntamente a 19. Questo principio vale per il referendum, ma vale anche per le elezioni nazionali».
Come si può colmare questo gap democratico?
«Rafforziamo l’unione politica, per assicurarci che il Parlamento possa essere il luogo in cui si sviluppa una vera e propria “politica economica” della zona euro basata su una democrazia transnazionale, e non più semplicemente un’economia di sole regole spesso elaborate con procedure opache e complesse ».
La crisi ha comunque messo in evidenza i limiti strutturali dell’Unione monetaria. Ma bastano le proposte che lei ha presentato con gli altri quattro presidenti per porvi rimedio?
«La relazione dei 5 Presidenti per il completamento dell’Unione economica e monetaria è la base su cui dobbiamo costruire il nostro percorso, vincendo le resistenze nazionali, anche le più agguerrite. Se applicassimo tutte le misure che abbiamo delineato faremmo già un enorme passo avanti. Alla luce degli ultimi eventi la necessità e urgenza per il completamento dell’Unione economica, finanziaria e democratica non potrebbero essere più evidenti. Quello che è necessario ora non è reinventare la ruota, ma farla correre. Poi il tempo ci dirà cosa bisogna aggiungere strada facendo ».
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