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«L’Europa a rischio con l’uscita di Londra»

Russia e Brasile sono anche quest’anno in recessione profonda. La Cina ha smesso di trainare l’economia mondiale. Gli altri Paesi emergenti soffrono molto per il calo del loro export di petrolio e materie prime. Ma le preoccupazioni degli organismi economici internazionali — Fondo monetario e Banca Mondiale — benché planetarie, sono concentrate soprattutto sull’Europa: un’area che continua a crescere poco, che deve gestire una crisi della Grecia di nuovo minacciosa, con seri problemi di debito pubblico e di produttività (crollata nel Vecchio continente molto più che negli Usa) e un sistema bancario appesantito dalla mole dei «non performing loans». Parliamo di crediti deteriorati, un problema rilevante soprattutto in Italia.

Commentando la decisione del governo Renzi di promuovere il Fondo Atlante per facilitare la ricapitalizzazione delle banche e la gestione delle loro «sofferenze», il «managing director» del Fmi, Christine Lagarde, ieri ha confermato il giudizio positivo formulato il giorno prima dal suo direttore finanziario, Josè Vinals, ma ha aggiunto anche qualche considerazione su caratteristiche e limiti dell’iniziativa: «Atlante è un approccio interessante che può avere vita più lunga e un ruolo più grande di quello che pensiamo. È limitato nella taglia e nell’ammontare, ma è interessante. Immagino sia stato già discusso con le autorità antitrust europee. Quello dei «non performing loans» è uno dei problemi emersi con la crisi finanziaria del 2008 che ancora ci trasciniamo dietro, irrisolti. Il governo italiano si è attivato da tempo per affrontare la questione e questa mossa lo conferma. Comunque l’iniziativa è talmente recente che voglio prendermi un po’ di tempo per valutarne meglio la validità».

Ma l’Europa deve affrontare anche gran parte del peso di un’altra crisi drammatica: quella dei rifugiati in fuga dal-la Siria e dalle altre regioni del Medio Oriente e dell’Africa sconvolte da guerre civili e carestie. Su questo problema si è soffermato soprattutto il presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, il quale, dopo aver elencato un gran numero di interventi effettuati dal suo istituto a sostegno dei Paesi (soprattutto Giordania e Libano) che ospitano il maggior numero di profughi, ha espresso il timore che tutto questo non basti: non solo perché i 20 miliardi di dollari impegnati dalla Banca Mondiale sul fronte dei rifugiati sono poca cosa rispetto ai bisogni (la sola ricostruzione parziale della Siria costerà dai 150 ai 170 miliardi di dollari), ma anche perché la situazione, tra povertà e terrorismo dell’Isis e dei gruppi africani come Al Shabab e Boko Haram, sta diventando esplosiva in altre parti del mondo, col rischio di un nuovo esodo massiccio dal cuore dell’Africa verso l’Europa. «Se quest’anno arriverà un altro milione di rifugiati in Europa, questo avrà un impatto enorme sull’economia della Ue e anche su quella globale» ha detto Yong Kim. Ma c’è di più: «Il mio vero timore è che questa instabilità si espanda fino all’area del Sahel e del Corno d’Africa: potrebbe nascerne un esodo davvero biblico con una minaccia di proporzioni senza precedenti» per le economie e le società europee.

Per il resto la Lagarde si è espressa anche lei con fermezza contro l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue sostenendo che il referendum Brexit del prossimo 23 giugno mette in pericolo un asset che ha un valore enorme per tutto il mondo: il lavoro di integrazione europea che è stato pazientemente costruito negli ultimi cento anni. Infine una stoccata (senza citarli) a Donald Trump e agli altri candidati repubblicani, e anche democratici, in corsa per la Casa Bianca che hanno rimesso in discussione i principi del «free trade»: la crescita del commercio internazionale è già scesa sotto quella del Pil e questo, «oltre a danneggiare le economie di tutto il mondo, fa soffrire in modo particolare i Paesi più poveri».

Massimo Gaggi

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