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L’Eurogruppo tenta l’intesa sulle crisi bancarie

BRUXELLES — «Sto andando alla riunione “segreta” sull’Unione bancaria» scherza su twitter il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni. In realtà l’incontro informale che si è tenuto ieri sera a Bruxelles dopo i lavori dell’eurogruppo tra i ministri finanziari di Germania, Francia, Italia, Spagna e Olanda non era per nulla segreto, ma certamente era molto importante. L’obiettivo, non facile, è di raggiungere un accordo in extremis tra tedeschi e olandesi da una parte, francesi, italiani e spagnoli dall’altra, sul meccanismo unico di risoluzione bancaria. Se si delineasse un compromesso, che al momento non sembra comunque a portata di mano, già oggi i ventotto ministri dell’Ecofin potrebbero convalidarlo consentendo così ai capi di governo, che si ritroveranno tra una settimana per il vertice di fine anno, di varare la seconda e più delicata fase dell’unione bancaria.
In caso contrario, ha già anticipato l’olandese Dijsselbloem, che è anche presidente dell’eurogruppo, sarebbe necessaria una nuova riunione straordinaria prima del vertice. E l’irlandese Michael Noonan ipotizza perfino un nuovo incontro dopo il summit del 19-20 e «prima di Natale» per definire i dettagli. I tempi, infatti, sono contati ed è necessario un accordo entro l’anno se si vuole che il Parlamento approvi il meccanismo unico di risoluzione prima dello scioglimento per le elezioni europee in modo di consentire al nuovo meccanismo di diventare operativo a fine 2014.
Il quintetto composto da Germania, Francia, Italia, Spagna e Olanda si era già incontrato venerdì scorso a Berlino e, stando a quanto ha dichiarato il francese Moscovici, i ministri erano già riusciti ad avvicinare le rispettive posizioni.
Il meccanismo unico di risoluzione prevede che ci sia una unica autorità europea che, su segnalazione della Bce, decida quando e come una banca deve essere liquidata o ristrutturata. Ma i punti controversi sono almeno tre, e tutti cruciali. Chi decide? Chi paga? E in che proporzione? La maggioranza dei Paesi è d’accordo che a decidere sia la Commissione europea, attraverso una apposita agenzia. Ma la Germania si oppone e vorrebbe che la parola finale spettasse al Consiglio, cioè agli Stati membri. Su quest’ultimo punto, però, Berlino sembra essersi convinta ad accettare la volontà della maggioranza, a condizione che lo scioglimento deciso a Bruxelles non gravi sulle finanze pubbliche di uno stato membro.
Sul chi paga e in che proporzione, le posizioni sono più variegate. Il progetto prevede l’intervento di un fondo comune di risoluzione finanziato da contributi delle banche. Ma prima che il fondo sia a regime, il che richiederà anni, si potrebbero aprire dei buchi. Chi li riempirà? Francia, Spagna e Italia vorrebbero che in ultima istanza intervenisse il fondo salva-stati Esm. La Germania e l’Olanda, timorose di dover pagare per salvare le banche si altri Paesi, si oppongono.
Infine c’è il problema della gerarchia dei debitori. In teoria esiste un accordo secondo il quale, prima di far intervenire le finanze pubbliche nazionali o europee, saranno chiamati a pagare per la liquidazione di una banca prima gli azionisti, poi gli obbligazionisti e infine i clienti titolari di conti sopra i centomila euro (come è successo con Cipro). Ma l’Italia vorrebbe riservarsi il diritto di tutelare maggiormente i titolari di obbligazioni, in modo da evitare una fuga degli investimenti che metterebbe a rischio l’intero sistema bancario italiano. Anche questa questione resta, per ora, aperta.

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