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L’euro vola sulla fuga dal rischio

di Walter Riolfi

È sceso pressoché tutto ieri, tutto quello che in qualche modo ha a che fare con il rischio: azioni, oro, argento, petrolio e le altre materie prime. È sceso il dollaro australiano e quello canadese, perché si sono rafforzate le altre valute: yen e franco svizzero in testa. Ma è sceso anche il dollaro statunitense e, ovviamente, è volato l'euro (1,45) ai massimi dal dicembre 2009. A salire sono stati solo i titoli di Stato e di conseguenza sono bruscamente calati i rendimenti: nove centesimi in meno per i decennali Usa (3,49%), 5 centesimi in meno per il Bund (3,44%).

C'è chi dice che sia iniziato tutto con il brusco calo del greggio (4 dollari in meno per il Brent poco sopra 120 dollari, 4 dollari in meno per il Wti sotto 106) e che, a provocarlo, sia stato il consiglio di Goldman Sachs a vendere petrolio (assieme a un paniere di materie prime) perché è in calo la domanda e c'è un'esuberanza di offerta (si veda l'articolo a pagina 48). Secondo la banca d'affari il Brent potrebbe crollare fino a 105. Altri aggiungono che l'aggravarsi della crisi nucleare in Giappone avrebbe contribuito ad accelerare questo generale disinvestimento dalle attività a rischio. Infine, qualcuno sostiene che anche i deludenti ricavi di Alcoa hanno aggiunto ulteriori motivi di preoccupazione.

In realtà la seduta di ieri su tutti i mercati finanziari ha esasperato un processo che s'era intravisto già nel pomeriggio di venerdì, quando lo yen ha cominciato a recuperare sul dollaro e altre valute che avevano beneficiato di un robusto carry trade. Insomma è esplosa una nuova, probabilmente effimera, crisi di liquidità. Chi s'era indebitato in valuta giapponese (e pure svizzera) a bassissimi tassi d'interesse e fidando nel fatto che la valuta non si sarebbe apprezzata, per investire in attività più redditizie (in Australia, Canada, Nuova Zelanda, Paesi emergenti e pure sulle borse occidentali), s'è trovato costretto a chiudere le posizioni non appena lo yen, venerdì pomeriggio, aveva accennato un rialzo. La fretta di ricomprare yen ha spinto il cambio con il dollaro da 85,5 di giovedì agli 83,5 di ieri. Altrettanto vistoso il rimbalzo del franco svizzero che a 0,896 è al nuovo record storico sul biglietto verde. Naturale che il dollaro Usa sia caduto, sul paniere delle principali valute, a livelli che non si vedevano da inizio dicembre 2009.

La momentanea crisi di liquidità ha avuto ripercussioni anche sul tasso overnight che negli Stati Uniti è crollato allo 0,09% (a fine marzo era allo 0,24%, in linea con il tasso Fed), riacutizzando tensioni già viste all'inizio della passata settimana: segno che gli investitori sono corsi a cercare altre fonti di finanziamento, dopo che s'erano prosciugate quelle legate alla carry trade.

Se ancora ce ne fosse stato bisogno, quanto è accaduto ieri dimostra come siano i flussi di liquidità (e sempre più spesso la liquidità presa a prestito) a determinare l'andamento delle borse, del petrolio e delle materie prime. E svela pure la natura essenzialmente speculativa che aveva portato, fino a qualche giorno fa, i sincroni rialzi dei mercati azionari, del petrolio e dei metalli preziosi. Per il presidente della Fed, Ben Bernanke, potrebbe essere la dimostrazione che i rincari di commodity e derrate alimentari sono fenomeni «temporanei» e, come tali, non forieri di preoccupante inflazione. È difficile dirlo. Di certo è che la componente speculativa gioca un ruolo ben più importante delle considerazioni fondamentali.

Quasi nessuno tra gli operatori valutari crede che quanto s'è visto nelle ultime tre sedute rappresenti un'inversione di tendenza. La convinzione diffusa è che le pratiche del carry trade possano riprendere forza nei prossimi giorni, anche perché si sa che le banche centrali non permetterebbero allo yen di rafforzarsi oltre la soglia di 80 sul dollaro.

I mercati azionari hanno subìto tutti sensibili perdite. Tokio ha chiuso con un ribasso dell'1,69%, esattamente come l'indice Stoxx (-1,55% Milano, -1,47% Londra, -1,54% Parigi, -1,42% Francoforte). A New York s'è drammatizzato molto meno: -0,78% l'S&P, -0,96% il Nasdaq.

 

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