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L’euro vede la parità con il dollaro

Un effetto, immediato e ben visibile, il bazooka della Bce l’ha avuto: ha fatto tracollare l’euro. Ieri la moneta unica rispetto al dollaro è scesa sotto quota 1,07, per chiudere in serata poco sopra: si tratta del minimo mai toccato dalla primavera del 2003. Negli ultimi 12 mesi l’euro ha dunque perso il 22,72%, dei quali l’11,36% solo nel 2015. Il cambio con la sterlina è calato a 0,799, minimo dal dicembre del 2007. E rispetto alle valute dei 12 principali partner commerciali dell’Eurozona, secondo un indice calcolato dalla Bce, l’euro ha perso il 9,57% da inizio anno e il 13,28% dal marzo scorso.

 

Le ragioni del mini-euro
Vari sono i motivi dell’euro-tracollo. Il primo è legato al fatto che la Bce ha iniziato lunedì a stampare moneta: per un banale effetto di domanda e di offerta, infatti, più la quantità di un bene aumenta più il suo valore cala. Quindi più la Bce stampa moneta, con il meccanismo del quantitative easing, più l’euro subisce pressioni ribassiste.
Le pressioni sono poi aumentate da un altro fattore: gli Stati Uniti hanno un’economia in crescita e una banca centrale pronta a rialzare i tassi d’interesse per la prima volta dall’inizio della Grande crisi. Forse a giugno, o forse a settembre. «La divergenza tra le politiche monetarie in Europa e Stati Uniti è un motivo fondamentale del rialzo del dollaro e del ribasso dell’euro», osserva Alessandro Terzulli, economista della Sace. «Questo causa infatti un aumento dei rendimenti dei titoli di Stato negli Usa e un calo in Europa, tanto che la differenza tra gli interessi pagati dai Bund tedeschi e dai Treasury americani ha raggiunto il massimo dalla nascita dell’euro a 191 punti base», aggiunge Antonio Cesarano, capo economista di Mps Capital Services. In parole povere: siccome la Fed potrebbe presto alzare i tassi ufficiali, i rendimenti dei titoli di Stato Usa salgono per adeguarsi al nuovo contesto. Questo induce gli investitori a preferire i titoli Usa (perché rendono tanto) rispetto a quelli europei (che ormai offrono poco): cioè a comprare dollari a scapito dell’euro.
C’è poi una terza motivazione, legata alle altre due, dietro il calo dell’euro: il deflusso di capitali dall’Europa. Il motivo è questo: la crisi in Europa ha frenato gli investimenti delle aziende e i consumi delle famiglie, facendo aumentare i risparmi. Questo ha avuto l’effetto di ridurre le importazioni in Eurozona (a causa della minore domanda interna), creando un avanzo record nel saldo delle partite correnti. Insomma: dal 2011 in Europa le esportazioni di beni e servizi superano le importazioni, perché gli europei risparmiano e non consumano. Ebbene: questo, unito al quantitative easing della Bce e ai tassi sempre più bassi nel Vecchio continente, sta spingendo gli Europei a investire sempre più i propri crescenti risparmi fuori dall’Eurozona. Soprattutto – scrive Deutsche Bank in uno studio pubblicato ieri – in Usa, Canada e Gran Bretagna. Negli ultimi mesi, stima la banca tedesca, sono usciti dal Vecchio continente in cerca di investimenti finanziari appetibili ben 300 miliardi di euro, ma in futuro – stimano gli economisti – si potrebbe arrivare fino a 4mila miliardi. Per questo l’euro scende: perché gli europei comprano valute estere. Ed è per questo che calerà ancora, fino – stima la banca tedesca – alla parità entro fine anno e ben oltre in quelli successivi.

 

L’effetto positivo
Tutto questo è un toccasana per l’economia europea, perché aiuta le aziende ad esportare con prezzi più competitivi. Non è un caso che l’export dell’area euro sia aumentato del 4,1% nell’intero 2014. E anche l’Italia, con una crescita del 3,8% ne ha beneficiato. Questo si sta rivelando dunque il principale canale di trasmissione degli effetti benefici della politica monetaria della Bce sull’economia reale. Non ne hanno però beneficiato ieri le Borse, appesantite dal calo del prezzo del petrolio e delle materie prime: Piazza Affari ha perso lo 0,97%, Madrid l’1,38%, Francoforte lo 0,71% e Londra il 2,52%.

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