Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

L’euro tradisce le speranze si rafforza sui mercati emergenti meno export e più deflazione

DOVEVA essere l’antidoto per proteggere l’euro dal virus della deflazione. Doveva: invece rischia di venire meno e complicare un po’ di più il percorso dei prossimi mesi per l’Europa e per l’Italia. L’area euro punta da tempo a tassi di cambio su livelli più contenuti, ma l’instabilità finanziaria in Russia e i tremori sismici nelle monete delle grandi economie emergenti spingono verso esiti esattamente opposti. Un euro più debole sui mercati globali è da mesi è l’obiettivo, implicito, di gran parte dei governi e dei banchieri centrali europei. La Bce ha fatto molto quest’anno per avanzare in questa direzione: con il taglio dei tassi, le iniezioni straordinarie di liquidità e l’avvio di un piano massiccio di acquisti di titoli sui mercati, la banca guidata da Mario Draghi è riuscita indurre un effetto collaterale prezioso: una scivolata dell’euro sul dollaro di quasi il 13% da marzo scorso alla metà di questo mese.

È stata una delle poche buone notizie di un 2014 in cui l’Europa ha mancato la ripresa e ha visto la dinamica dei prezzi finire in ibernazione a quota zero. Un moneta più debole può aiutare molto, in una situazione del genere. Facilita l’export di prodotti europei verso il resto del mondo, perché ne rende i prezzi più competitivi in valuta locale, dunque favorisce l’occupazione, i consumi e gli investimenti in Europa. Ha anche un altro effetto, che la Bce persegue ormai quasi apertamente: rendendo un po’ più cari i beni importati, può impedire che l’indice dei prezzi crolli in una deflazione nella quale famiglie e imprese bloccano consumi e investimenti nell’attesa di prezzi più bassi domani.
Se questo era il contributo che il tasso di cambio doveva portare, non sta solo venendo meno nel pieno del terremoto finanziario russo. Si sta invertendo nel suo contrario, e diventa un ostacolo in più nella lotta contro la deflazione. L’indice della moneta unica pubblicato dalla Bce, ponderato in proporzione sulle valute delle economie con le quali l’Europa commercia, mostra che da fine settembre il valore dell’euro sul resto del mondo si è apprezzato dell’1,5% anche mentre la moneta unica accelerava la caduta sul dollaro. In altri termini, gli europei hanno avuto l’illusione di una svalutazione della loro moneta perché si sono concentrati sul valore relativo al biglietto verde. Da fine settembre però accade il contrario: nel complesso degli scambi mondiali, l’euro si sta rafforzando.
Il terremoto di queste ultime settimane, con epicentro a Mosca ma scosse in altre aree emergenti, non fa che accentuare queste tendenze. Solo nell’ultimo mese la Russia ha svalutato sull’area euro del 63%, la Turchia del 10%, l’Indonesia del 7,3%, l’India del 5,4%. Svalutazioni intorno ai due punti si sono poi viste anche nei Paesi d’Europa centro-orientale e adesso anche sul dollaro stesso. Quasi metà del genere umano ed economie che nel 2013 sono arrivate a pesare molte decine di miliardi di euro per il «made in Italy», stanno di nuovo perdendo potere d’acquisto. E questa tempesta di fine anno erode parte delle conquiste della Bce per l’intero 2014. Non era previsto che andasse così, non con questi ritorni improvvisi di febbrilità. Invece ieri gli indici finanziari hanno fluttuato paurosamente: le Borse europee hanno chiuso in territorio nettamente positivo (Ftse-Mib a più 3,2%, Dax 30 di Francoforte a più 2,46%) dopo aver segnato forti perdite a metà seduta. È un ritorno di instabilità che lo stesso eccesso di calma dei mesi scorsi lasciava presagire. Fino a pochi giorni fa il Vix, l’indice della volatilità, aveva vissuto il suo anno più tranquillo dal 2006. Ora l’orizzonte è irriconoscibile: lo spettacolo di questi giorni ricorda quello delle crisi del debito dei Paesi emergenti di fine anni ’90, con le banche centrali di Mosca o di Ankara che alzano disperatamente i tassi d’interesse su economie in frenata, senza riuscire ad arrestare la continua caduta del cambio.
Se questi giorni ricordano quelli di allora, non è solo un caso. Allora come oggi, i Paesi che emergono dal comunismo o dalla povertà si trovano carichi di debiti denominati in dollari alla vigilia di una stretta monetaria della Federal Reserve. Le imprese russe hanno 590 miliardi di debiti in dollari con le banche occidentali e il loro peso è di fatto raddoppiato in poche settimane con il crollo del rublo. La Banca dei regolamenti internazionali stima che a metà di quest’anno i debiti in valuta estera dei Paesi emergenti fossero di circa 5.000 miliardi di dollari: ogni giorno di svalutazione della rupia indiana o indonesiana, dello yuan cinese, della lira turca o del baht thailandese non fa che rendere più insostenibile questi oneri, allontandando gli investitori e affondando ancora di più le monete emergenti. L’Italia è in parte al riparo, perché la sua esposizione diretta sulla Russia non supera i 27 miliardi di dollari. Ma oggi stesso la Federal Reserve dovrà fare più chiarezza sulla sua stretta monetaria del 2015, e nessuno può illudersi di averne già visto tutte le conseguenze.
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

La Francia continua a essere apripista per il riconoscimento economico dei contenuti di informazione...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Si avvicina il giorno in cui Monte dei Paschi dovrà dire alla vigilanza di Francoforte e al mercato...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«Sul Recovery Plan non esiste un caso Italia, ma un’interlocuzione molto positiva con la Commissi...

Oggi sulla stampa