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L’euro tocca 1,25 dollari, ai massimi da tre anni

Dicembre 2016. Con un euro era possibile acquistare 1,04 dollari. Ieri – una giornata molto volatile sul cambio – invece con quello stesso euro se ne potevano acquistare in certi momenti 1,25, il top da tre anni. I teorici della parità tra le due monete sono in ritirata mentre è tornato in auge il tema del “super-euro” e dei suoi possibili effetti. A fine giornata Donald Trump ha corretto il tiro rispetto alla dichiarazioni del segretario di Stato Steven Mnuchin («ci fa comodo un dollaro debole») ribadendo alla Cnbc di volere un «dollaro forte». Parole che hanno favorito un mini-ritracciamento serale dell’euro, sceso sotto quota 1,24. Si tratta in ogni caso del 20% in più rispetto a quando il presidente Usa ha preso posto nello Studio Ovale.
«Più che il valore in sé è la violenza degli spostamenti del cambio registrata negli ultimi giorni a creare problemi alle aziende europee esportatrici – spiega Vincenzo Longo, strategist di Ig -. Perché in questo modo non hanno il tempo per coprirsi con dei derivati, né per cambiare i prezzi degli scaffali in modo tale da non perdere domanda». La conferma di ciò arriva dall’andamento del Dax 30, l’indice più importante della Borsa di Francoforte. Dopo aver aggiornato i nuovi massimi storici a inizio anno nelle ultime sedute ha accusato il colpo con un calo parziale dell’1,5%. La Germania fa del surplus (700 miliardi di euro l’anno) il punto di forza della propria espansione economica. È in grado di assorbire stando agli analisti lenti apprezzamenti dell’euro anche fino alla soglia di 1,4. Ma se gli scatti dell’euro sono violenti, come quelli registrati in settimana, son dolori anche per le imprese tedesche che tecnicamente hanno una soglia di sopportazione del super-euro più elevata (ad esempio per le imprese italiane il livello limite, calcolato da Oxford Economics, sarebbe allo stato attuale più basso e intorno a quota 1,3 dollari). Il calo del dollaro sta procedendo di pari passo con un rafforzamento dei tassi dei Treasury Usa che hanno superato la soglia psicologica del 2,6%. Per gli investitori europei pesati in titoli Usa in questo momento la perdita è doppia, sia sul cambio che sul prezzo dei bond Usa.
Non è nemmeno da escludere secondo molti analisti che l’euro possa continuare a salire nelle prossime settimane (soprattutto per la debolezza del dollaro). Un movimento che sarebbe fonte di preoccupazione all’interno del consiglio della Bce perché – come ricordato ieri dal governatore Mario Draghi – potrebbe ostacolare il percorso di graduale risalita dell’inflazione verso il target e potrebbe comportare un cambio di strategia. Un’ulteriore progressione dell’euro potrebbe infatti esercitare una pressione deflazionistica nell’Eurozona, complicando la strategia della Bce di uscita dalla politica monetaria espansiva (a fine settembre dovrebbe terminare il quantitative easing ma non è da escludere a questo punto che venga prorogato).
Vale la pena ricordare che oggi secondo il principio della parità del potere d’acquisto, quindi al netto del differenziale di inflazione tra Usa ed Eurozona, il cambio euro/dollaro dovrebbe essere intorno a quota 1,16. Se invece si inseriscono altri fattori, come speculazione, semantica dei banchieri centrali e le diverse aspettative degli investitori, ci può stare che sia sopra 1,2.

Vito Lops

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