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L’euro-tesoro per l’Italia, scommessa da 315 miliardi

Nei prossimi sette anni l’Italia avrà a disposizione quasi 315 miliardi di euro di aiuti europei. Più del 40% a fondo perduto e il resto prestiti a tassi molto più bassi di quelli che il Tesoro può ottenere sul mercato, nonostante il netto calo del costo del debito. In tempi rapidissimi rispetto alla tradizionale lentezza con cui sembra muoversi abitualmente, l’Unione ha messo in campo una tela di strumenti che gli Stati membri hanno già cominciato ad utilizzare, come nel caso di Sure. Dopo l’accordo raggiunto giovedì scorso tra Consiglio ed Europarlamento su uno dei nodi più complicati, il rispetto dello stato di diritto, la strada per l’erogazione degli altri aiuti ora sembra farsi più piana.

È superfluo dire che si tratta di una opportunità irripetibile, ma è bene essere consapevoli che presenta anche alcuni rischi. L’Italia è di gran lunga il principale beneficiario di questa operazione senza precedenti che, con la pandemia, è destinata a cambiare i destini del continente. È una grande scommessa che l’Italia riuscirà a vincere solo se tutto il sistema-Paese sarà in grado di attivare uno sforzo eccezionale, sia nella fase di programmazione – già iniziata e per alcuni Paesi in fase abbastanza avanzata – che in quella successiva di esecuzione dei progetti.

Precedenti poco rassicuranti

Su entrambi i fronti i precedenti non sono affatto rassicuranti, come insegnano decenni di gestione a dir poco macchinosa e a volte inconcludente dei fondi strutturali, da parte delle regioni e dei ministeri. È bene però avere la consapevolezza che un’altra occasione per affrontare con decisione e con le risorse necessarie i colli di bottiglia che da troppo tempo condannano l’economia italiana ad una stanca altalena tra recessione e stagnazione (con qualche breve parentesi di crescita) non capiterà più per qualche generazione. Mai come ora il problema non sono i soldi ma la capacità di progettazione con lo sguardo alle future generazioni e senza calcoli elettorali di corto respiro. Con la determinazione di realizzare le riforme, a cominciare dalla macchina amministrativa e dalla giustizia civile, liberandosi delle zavorre culturali che bloccano il Paese dal secolo scorso. L’intreccio e la sovrapposizione degli strumenti messi in campo dalla Ue (descritti nelle infografiche in pagina) e che – va riconosciuto – rischiano di rivelarsi confusionari e concorrenti, non potranno tuttavia essere alibi per nessuno.

Italia, per ora, non pervenuta

Da Bruxelles e dalle altre capitali si guarda all’Italia con un’attenzione particolare, e non solo perché avrà la quota più ricca di aiuti. Se il disegno di Ursula von der Leyen e della Commissione funzionerà, i benefici saranno per tutta l’Unione e incideranno sul ruolo che il Vecchio continente potrà giocare nel riassetto degli equilibri geopolitici globali. Il governo italiano sta lavorando per la definizione della bozza del Piano nazionale di riforma e il dialogo con la Commissione e con la task force è intenso, ripete il ministro per gli Affari europei, Vincenzo Amendola. Mercoledì scorso c’è stato un altro incontro a Bruxelles. Ma a quasi quattro settimane dall’apertura dello “sportello” europeo per avviare il confronto sulla bozza del Piano, in Commissione l’Italia è “non pervenuta”, nonostante i solleciti. Nulla è perduto e, come dice Amendola, è importante fare per bene tutti i passaggi. Ma il ministro sa che è importante anche farli presto. Come altri Paesi: Spagna, Portogallo, Repubblica ceca e Slovenia hanno già consegnato il draft alla Commissione e la Francia era pronta a farlo già qualche giorno fa. Anche l’Italia,a questo punto, dovrebbe esserlo, altrimenti è lecito chiedere a cosa sono serviti i mesi di lavoro sul Piano Colao, gli stati generali e le linee guida approvate a settembre.

Gli aiuti anche se in misura minore, arriveranno anche agli altri partner europei che in molti casi sapranno usarli bene e nei tempi previsti. Se l’Italia, intesa come sistema, governo, forze di opposizione, imprese, sindacati e attori sociali in senso lato, non riuscirà ad innescare rapidamente il processo di riforme e di investimenti finanziato dall’Unione, condannerà se stessa a restare su un piano inclinato, costringendo le prossime generazioni ad un futuro da serie B, con un ruolo marginale nell’Europa di domani, che nessuno vorrebbe per i propri figli.

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