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L’euro scivola ai minimi da 7 mesi

Il giorno dopo la presunta «grande paura» legata all’abbattimento del caccia russo ad opera della Turchia il mercato effettua la più classica delle marce indietro: riprendono quota i mercati azionari europei (evento peraltro abbastanza prevedibile, visto il recupero finale inscenato da Wall Street martedì sera) e fanno di nuovo un passo indietro, rientrando nei ranghi, l’oro e il petrolio che parevano essere stati resuscitati dalle nuove tensioni geopolitiche.
Non c’è in fondo niente di nuovo sotto il sole, perché dopo una seduta di pausa le Banche centrali hanno ripreso a tessere la tela dei mercati, né più né meno come hanno fatto negli ultimi mesi. A muovere gli investitori restano infatti le manovre divergenti che Bce e Fed sembrano ormai avviate a intraprendere nel mese di dicembre. E ieri sono state soprattutto le indiscrezioni su una mossa più incisiva da parte dell’Eurotower nell’appuntamento di giovedì 3 dicembre (oltre a qualche dato robusto dall’economia Usa) a dare lavoro agli operatori.
L’idea che il board di Francoforte possa decidere di adottare una politica differenziata sui tassi applicati ai depositi sulla base dei quantitativi lasciati in giacenza dalle banche ha infatti autorizzato a pensare che il taglio sulla stessa remunerazione potrà essere ben più sostanzioso dei 10 punti base (da -0,20% a -0,30%) che si attendeva fino a ieri il mercato. Sarebbe infatti un modo per alleviare il danno arrecato agli istituti di credito europei, ottenendo al tempo stesso il massimo impatto dove si vuole (non ufficialmente) agire, cioè sull’euro.
Non è quindi un caso se la valuta comune ieri si è bruscamente deprezzata scendendo ai minimi da 7 mesi sotto 1,06 euro (quota che poi ha recuperato nel corso del pomeriggio). «L’approccio a due livelli sui tassi dei depositi lascia pensare che il taglio sarà più ampio di quanto pensavamo, cioè di 20 punti base a -0,40 per cento: tutto ciò potrebbe portare l’euro vicino a 1,04 dollari», conferma Josh O’Byrne di Citigroup. È quindi un altro piccolo passo verso quella parità con il biglietto verde che molti analisti pensano possa esser violata nel corso del 2016.
L’altro effetto significativo delle indiscrezioni Reuters è stato un generale ulteriore abbassamento del livello dei rendimenti dei titoli governativi dell’Eurozona, quelli che la Bce sta materialmente acquistando e che potrebbe comprare in misura maggiore o per un periodo più lungo dopo la prossima riunione. L’abbassamento del tasso dei depositi (che per il momento rappresenta il limite entro il quale si attiva il piano Draghi) allarga automaticamente la base dei titoli interessati dalla misura e impone il riallineamento dei rendimenti stessi.
Così ieri il biennale tedesco ha raggiunto nuovi minimi storici a -0,42% (cioè ben al di sotto anche delle attese sul tasso sui depositi degli analisti più aggressivi, segno che si scommette su mosse ancora più sostanziose nei mesi successivi) e i Bund sono tornati sotto zero fino alla scadenza dei 7 anni. «Festeggiano» anche i titoli della periferia europea, con il BTp decennale all’1,43% e a 96 punti base di distanza dal titolo pari scadenza tedesco.
Nota finale per le Borse, che si sono riprese con gli interessi ciò che avevano lasciato sul terreno il giorno precedente: Milano è risalita dell’1,87%, Francoforte addirittura del 2,15% e Parigi dell’1,51 per cento. Anche sull’azionario si è tornati alla «nuova normalità».

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